Marina Militare
Skip Navigation LinksHome page > Notiziario della Marina online

Vivo o morto. 20.000 Corone di taglia per il tenente di vascello pilota Eugenio Casagrande


Casagrande si offre volontario proponendo di andare, in pieno giorno a recuperare due nostri informatori dietro le linee nemiche.

29 ottobre 2015 Enrico Cernuschi -

Ottobre 1918. Tempo pessimo e mare grosso. Per due notti, il 3 e l'8 di quel mese, è stato tentato senza successo, davanti a Parenzo, in Istria, il recupero con un MAS di una coppia di informatori italiani attivi dietro le linee austro-ungariche. Hanno scoperto cose importanti, ma il controspionaggio asburgico non dorme e i nostri sanno di essere braccati. L'ultimo piccione viaggiatore che è arrivato recava un messaggio molto chiaro.

Si tenta di portarli indietro con un piccolo idrovolante Macchi L.3 pilotato dal tenente di vascello Eugenio Casagrande, comandante della 253ª Squadriglia e specialista in missioni del genere, con all'attivo una dozzina di voli e ammarraggi notturni nella laguna. Il 20 e il 21 si incomincia trasportando oltre le linee due coppie di operatori allo scopo di preparare l'esfiltrazione. L'aereo è avvistato in occasione del secondo volo e preso a cannonate, sia austro-ungariche sia nostre. Di notte, si sa, tutti i gatti son bigi e le missioni sono coperte dal massimo segreto.

Il controspionaggio austriaco, il celebre Evidenzbureau, ha ormai un quadro sufficientemente chiaro delle modalità di queste operazioni in corso sin da giugno e sa persino il nome del pilota. Un manifesto con una taglia sul suo capo è affisso, in perfetto stile western, sui muri delle case del Veneto e del Friuli con il nome di quel pilota solitario, costretto a fare tutto da solo, a partire dall'avvio dell'elica a forza di braccia, perché non c'è spazio per il secondo elemento dell'equipaggio, ma solo per i passeggeri, pigiati uno sopra l'altro.

Il 28 ottobre l'impresa è tentata e fallisce. Il maltempo non aiuta e gli informatori, rintracciati in precedenza da una delle due squadre di soccorso italiane, hanno dovuto allontanarsi dal punto convenuto le cui caratteristiche, ormai standardizzate, sono state individuate per tempo dal nemico, il quale ha eseguito subito dopo un pesante rastrellamento. Il 29 un altro piccione arriva oltre il Piave; l'altro – con una copia del messaggio cifrato – è stato probabilmente abbattuto dalla fucileria austriaca. Naturalmente il modesto codice a disposizione degli informatori non è destinato a resistere a lungo sotto l'analisi crittografica dell'Evidenzbureau. I nostri sono nella palude di Villaviera, braccati anche coi cani e in procinto di essere presi.

Casagrande si offre volontario proponendo una pazzia bella e buona: andare di giorno, affinché lo si possa avvistare e raggiungere anche senza un appuntamento preciso. Ne va della sua vita visto che la taglia, ben nota anche di qua del Piave, dice che la somma sarà pagata anche per il semplice cadavere di quel marinaio aviatore. Ci sono però altri spettri che emergono dalla nebbia di quei giorni d'autunno: Nazario Sauro, Cesare Battisti, Fabio Filzi e Francesco Rismondo, tutti impiccati. È la stessa sorte che attende quei due nascosti da settimane nel fango e tra i canneti.

Il primo ammarraggio avviene all'alba. I fuggiaschi lo vedono, ma lo avvistano pure gli austriaci che prendono l'idro a fucilate. L'aereo è colpito, ma non in parti vitali; solo buchi nella tela che, per fortuna, non si strappa. L'aereo decolla e sembra salvarsi. Per gli informatori è finita. E invece no. L'L.3 torna, plana e ammara a motore spento. La sorpresa è sfruttata al massimo. Il pilota avrà due, forse tre minuti. Chi arriverà prima? Gli uni o gli altri? La mano di Casagrande è sulla pistola e a un certo punto si alza e prende la mira perché sono tre le ombre, infangate e irriconoscibili, che arrivano correndo e inciampando, ma non ci sono spari. La parola d'ordine è quella giusta, gridata con tutto il fiato da quegli spettri magri e luridi.

Che cosa è successo? I due informatori, il capitano Paoletti e il tenente Bertozzi del Regio Esercito, hanno portato con sé un cavalleggero preso prigioniero a Caporetto, fuggito e che divide da settimane la loro vita infernale. Non c'è spazio per tutti sull'idrovolante. I due informatori contano, l'altro no. Si sente, vicino, il latrare dei cani attraverso la nebbia. Non c'è tempo per scambiarsi uno sguardo. Tutti a bordo. Il peso è troppo e già gli austriaci sono in vista e stanno arrivando. Accovacciato sulle ginocchia di Bertozzi, Casagrande dà gas. L'aereo flotta lentamente, ma non decolla, non può. E' troppo pesante e il manuale tecnico parla chiaro: peso massimo al decollo 1350 chilogrammi, non una tonnellata e mezzo. Grida da terra, se si può chiamare terra la riva della laguna.

Il volantino è tirato lentamente verso il petto del pilota. Molto lentamente. Lo scafo di legno morde l'acqua che non lo molla. Fa freddo quella mattina, tanto freddo e c'è un po'di vento. Giusto una bava che sfilaccia appena la nebbia, ma gli anni all'Accademia di Livorno, corso 1911, capoclasse Giuseppe Fioravanzo, sono serviti, al pari delle ore e ore passate sulle jole da regata e sul vecchio Flavio Gioia, nave scuola di un maestro del vento, il capitano di fregata Leoniero Galleani.

Controvento l'idro corre mentre fischiano i primi colpi e fende l'acqua. Si stacca, ricade, vola. E' grottesco. Una vera anatra alla ricerca disperata del nido dove deporre le uova. Il motore Isotta Fraschini da 150 cavalli, quelli di una motocicletta di oggi, canta. A bordo, ricorderà uno dei presenti, si sente un'Ave Maria, Gratia plena.

Un'ora dopo sono a Venezia, il più grande idroscalo del mondo e la base dell'Aviazione navale della Regia Marina. La Medaglia d'Oro sarà assegnata, motu proprio, dal Re al tenente di vascello Eugenio Casagrande l'11 novembre 1918. Tredici giorni per la pratica. È un altro record.