Marina Militare
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La Regia Marina durante la Grande Guerra a difesa della “Serenissima”


L’eventuale perdita della Serenissima avrebbe significato riaprire l’Adriatico e il Mar Ionio alla flotta austroungarica

16 maggio 2016 Giosuè Allegrini -

Nell’immaginario collettivo la Grande Guerra si identifica con il conflitto terrestre: trincee, fango e montagne. Ciò si spiega con il numero dei mobilitati del Regio Esercito, oltre 6 milioni di uomini (ma tra loro anche donne, le “Portatrici carniche”, per esempio) su 36 milioni di abitanti. Il ruolo della Regia Marina è invece solitamente correlato alla rievocazione di singoli, per quanto straordinari, episodi come l’affondamento delle corazzate austro-ungariche Wien, Santo Stefano e Viribus Unitis o, tutt’al più, a quell’eccezionale impresa strategica, organizzativa, nautica e umanitaria che fu il salvataggio dell’Esercito Serbo.

Questa percezione è comprensibile, ma oscura il fatto essenziale che la Prima Guerra Mondiale sia stata combattuta anche sul mare, e che grazie al mare e alla Marina, la vittoria del conflitto sia stata, alla fine, conseguita.

Una vittoria determinata, in ultima istanza, dal collasso economico degli Imperi Centrali causato da 4 anni di blocco navale alleato: italiano in Adriatico (prima del 24 maggio 1915 passava, alla spicciolata, di tutto), e inglese nel Mare del Nord.

I fatti, puri e semplici, sono i seguenti: senza il controllo dell’Adriatico, conseguito nei confronti della Marina austro-ungarica, e del Mediterraneo, ottenuto contro la minaccia dei sommergibili tedeschi, non sarebbe stato possibile vincere la guerra. Questo perché, ieri come oggi, oltre l’80% del traffico commerciale passa dal mare e senza approvvigionamenti un popolo è semplicemente destinato a morire. Ebbene, senza il blocco navale assicurato dalle Regie Navi e dai loro equipaggi tra il 1915 e il 1918, la guerra sull’Isonzo, sulle Alpi e sul Piave non solo non sarebbe stata vinta, ma avrebbe comportato, assieme alla rovina dell’Italia, anche quella della Francia e dell’Inghilterra.

Delineato, quindi, lo scenario e l’obiettivo da raggiungere, il metodo adottato fu l’esercizio del Potere Marittimo sulla base di direttive elaborate e imposte dall’Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Marina e artefice della vittoria sul mare nella Grande Guerra. Il mezzo si tradusse nell’azione coordinata, quotidiana e pressante esercitata dai MAS, dalle torpediniere, dai caccia, dalle mine, dai sommergibili, dagli idrovolanti, dai mezzi speciali e dalla Marina tutta che confinò in maniera silenziosa (e mortale) la flotta austro-ungarica dentro le proprie basi, le precluse l’uscita nel Mar Jonio, e quindi nel Mediterraneo e nel Levante, e chiuse di fatto, una volta per tutte, la partita, vecchia di 5 secoli, tra l’Italia e l’Impero Asburgico.

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Uno sforzo titanico riassumibile in poche cifre: 86.000 missioni di guerra, 2 milioni di ore di moto e 25 milioni di miglia percorse, pari a 1.200 volte la circonferenza terrestre all’equatore.

Dato questo quadro generale, concentriamoci su Venezia, ovvero sulla funzione determinante assolta dalla Marina per la difesa di Venezia e, con essa, per l’esito favorevole del conflitto. Una difesa che fu preparata ben prima del 24 maggio 1915.

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L’ammiraglio Thaon di Revel, sulla base di un lucido e corretto apprezzamento di situazione, aveva individuato in Venezia la chiave di volta dell’Alto e Medio Adriatico. La città era, infatti, l’unica grande base navale italiana in grado di mantenere sotto scacco diretto Trieste e, soprattutto, Pola, la maggiore tra le basi navali asburgiche.

L’eventuale perdita della Serenissima avrebbe significato riaprire l’Adriatico e il Mar Ionio alla flotta austroungarica, in quanto i punti d’appoggio di Brindisi e Valona non potevano ospitare forze in grado di contrastare efficacemente il grosso della squadra imperial-regia. Taranto, unica località tra Venezia e il Mar Ionio dove potevano essere dislocate le maggiori e più moderne navi da battaglia italiane, era, infatti, troppo distante. Perdere Venezia, inoltre, avrebbe significato consentire all’esercito imperiale asburgico di accerchiare le linee italiane e di sbucare, senza possibilità di contrasto, attraverso tutta la Pianura padana, fino alle Alpi e agli Appennini.

Ecco perché l’Ammiraglio Thaon di Revel, per essere certo che Venezia non capitolasse, pretese, nel pieno della crisi politica successiva a Caporetto, che la difesa della città e della laguna fosse affidata in toto, anche sul fronte costiero terreste, agli uomini della Marina, alla sua gente, in cui confidava e che credeva in lui.

Venezia fu, pertanto, oggetto di pazienti, silenziose ed efficaci cure da parte della Marina. In particolare fu curata l’infrastruttura dell’Arsenale, dotandola, per l’epoca, di mezzi senz’altro adeguati e, soprattutto, di maestranze capaci e ben organizzate.

Furono, inoltre, compiuti interventi sulla stessa geografia: a terra furono scavati e dragati un’infinità di nuovi canali; in mare furono posate oltre 5.000 mine, poi diventate 14.000 alla fine del conflitto. Queste azioni si tradussero, all’apertura delle ostilità, nella decisione austro-ungarica di non attaccare Venezia dal mare.

Tra i compiti strategici assegnati alla Marina fin dall’inizio del conflitto va ricordato l’appoggio dell’ala a mare del Regio Esercito. Per poter assolvere al meglio questa missione, la Marina italiana armò, ancor prima di entrare in guerra, i propri primi “pontoni armati”.

Contemporaneamente l’Arsenale di Venezia realizzò anche mezzi speciali quali la “Mignatta”, i barchini saltatori della classe “Grillo”, gli idroscivolanti armati di siluro e modificò in efficaci vettori di sommozzatori i sommergibili tascabili delle classi “A” e “B”.

L’arsenale di Venezia assicurò anche il proprio indispensabile supporto tecnico ai MAS e di cui la città lagunare fu, assieme a Grado, la principale base operativa dell’Alto Adriatico.

Sempre dentro l’Arsenale di Venezia furono realizzate le protezioni per la salvaguardia del patrimonio artistico e architettonico veneziano. Fu proprio l’Ammiraglio Thaon di Revel a pianificare e far mettere in opera una serie di intelligenti iniziative tese a tutelare le opere, i monumenti i palazzi della città. Ben sapeva, infatti, come emerge dalla sua lunga corrispondenza con D’Annunzio protratta fino alla morte del Poeta che la guerra è cultura perché l’anima di un popolo e dei singoli è cultura.

Si perfezionò poi al massimo la difesa contraerea della città lagunare, impiantando numerose batterie di cannoni montati sulle antiche fortezze e su apposite strutture lungo le coste spingendosi fino alle altane organizzate, sopra i tetti, per piazzare mitraglieri e fucilieri.

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Alla difesa contraerea si aggiunse, nel 1916, la progressiva conquista della superiorità aerea da parte dell’Aviazione di Marina che aveva proprio a Venezia la base principale, ovvero la grande stazione aeronavale di Sant’Andrea. Nel corso del conflitto gli idrovolanti della Marina effettuarono oltre 36.000 missioni.

Tra le istallazioni che contribuirono alla difesa di Venezia e, quindi, alla vittoria finale, spicca però l’opera della Batteria navale 001 “Bordigioni” impiantata a Cortellazzo, ala estrema dello schieramento italiano sul basso Piave e punto più avanzato dello schieramento difensivo veneziano dopo Caporetto.

L’Italia e l’Europa, che oggi conosciamo, si giocarono il tutto per tutto proprio davanti alle acque di Cortellazzo, il 16 novembre 1917, allorquando l’Esercito austro-ungarico, nel pieno dello slancio successivo all’insperato successo strategico, e non solo tattico, di Caporetto, era giunto alle porte di Venezia. Il piano prevedeva, a questo punto, di sfondare lungo la strada costiera, accerchiare lo schieramento italiano dal Piave al Monte Grappa e farla finalmente finita. Proprio la posta decisiva indusse, finalmente, la flotta asburgica ad appoggiare l’attacco dal mare con le corazzate Wien e Budapest, uscite da Pola e scortate, oltre che dagli idrovolanti asburgici, da 13 torpediniere. Giunte in prossimità di Cortellazzo le corazzate austriache aprirono il fuoco, alle 10.45, contro la batteria comandata dal tenente di Vascello Bruno Bordigioni, dapprima da circa 9.000 metri, accorciando poi la distanza fino a 6.500 metri, ovvero a bruciapelo per i cannoni da 240 e 150 mm di quelle navi.

La batteria di Cortellazzo, 4 cannoni da 152 mm, resistette sotto il bombardamento dei grossi calibri nemici danneggiando, col proprio preciso tiro, le due corazzate austro-ungariche.

I marinai serventi ai pezzi non mollarono, infatti, di un millimetro sotto quel fuoco infernale sparando a loro volta, secondo i dettami della tradizione navale italiana, con precisione e con metodo. Il Wien incassò così, complessivamente, sette colpi nell’opera morta mentre al Budapest andò peggio, venne colpito sotto la linea di galleggiamento da un proiettile, oltre che da numerose schegge di altri colpi caduti vicino che aprirono diverse vie d’acqua.

Nel cielo, nel frattempo, gli idrocaccia della Marina giunti in supporto, duellarono e respinsero gli aerei avversari. I MAS 9, 13 e 15, al comando del Capitano di fregata Costanzo Ciano, e una squadriglia di cacciatorpediniere, al comando del capitano di corvetta Domenico Cavagnari, attaccarono la divisione navale austro-ungarica. L’arrivo sulla scena delle corazzate Saint Bon ed Emanuele Filiberto, uscite da Venezia agli ordini dell’ammiraglio Mario Casanuova, convinse infine le unità austro-ungariche a rientrare a Pola forzando le macchine.

Quello stesso giorno, i marinai dei battaglioni della Brigata Marina difesero, con successo, le trincee e le buche scavate nel fango e nei canneti. Il coraggio e la forza dimostrata dagli uomini di quello che sarebbe diventato il San Marco divennero subito leggendari, lasciando un’impressionante dimostrazione della determinazione e dello spirito di corpo dell’Unità: nella difesa del Piave il Reggimento non ebbe alcun prigioniero né dispersi e, al contrario, riuscì a catturare oltre 1.200 soldati avversari.

Tutto questo è il Potere Marittimo, ovvero la salvaguardia ogni giorno, in pace e in guerra, dei legittimi interessi della Nazione, sia in ambito continentale sia globale, assicurata attraverso il continuo, incessante battere il mare delle navi. Ieri come oggi e come sempre, imponendo la propria iniziativa nei confronti dell’avversario di turno, si tratti di un nemico palese, di pirati o altro. Il ruolo della Marina quale protagonista decisivo per l’esito favorevole del conflitto e la determinante funzione attribuita dalla Marina alla difesa di Venezia fanno parte di questa straordinaria vicenda millenaria vissuta sui mari, nei cieli, nelle basi e sopra e sotto le onde, nella scia delle secolari tradizioni dell’Italia sul mare.