Marina Militare
Skip Navigation LinksHome page > Notiziario della Marina online

Riaffora il periscopio del sommergibile Ascianghi, celebrato a bordo di nave Palinuro


Il 17 luglio a bordo della nave scuola è stato ricordato l'ultimo combattimento del sommergibile Ascianghi, il 23 luglio 1943

1 agosto 2016 Salvo Consoli -

Quando Francesco Migneco, appassionato di storia della Marina Militare, ci contattò, nel 2013, per approfondire le notizie comunemente disponibili sul Regio Sommergibile Ascianghi, rimasi – l'ammetto -  perplesso. Non conoscevo neppure l'esistenza di quel battello, o forse lo confondevo. Poiché un saggio ha detto che se non sai qualcosa è meglio rivolgersi a chi la conosce, anziché inventare di improvvisare, mi rivolsi a mia volta all'Ufficio Storico della Marina Militare (USMM). Sia la Sezione Archivi, all'epoca diretta dal CF Ennio Chiffi, sia l'Ufficio, sotto l'impulso del direttore, CV Giosuè Allegrini, si sono dati da fare. In seguito le notizie sparse hanno assunto un ordine logico, coerente e mediato per il quale sono grato anche al dottor Enrico Cernuschi.

Ero partito pensando alla sorte di un equipaggio valoroso e determinato nel mezzo di una campagna "impossibile", data la sproporzione di forze e il vantaggio tecnologico di cui godevano, a quel tempo, gli anglosassoni. Insomma, un quadro retorico, o quasi. Ben presto, però, quello che risultò fu, come sempre, l'azione corale della Marina e dei suoi uomini. Niente primedonne, allora come oggi, ma seri professionisti del Potere Marittimo.   

Un episodio già consegnato dall'USMM sin dagli anni Cinquanta (assieme alle altre vicende dei sommergibili italiani di ogni tempo) alla storia, ha  goduto, così, oggi, di un breve, meritato ricordo individuale che non lo differenzia, beninteso, dal sacrificio degli altri marinai, ma li riassume attraverso cento storie, tutte diverse e tutte tra loro simili.

Il 17 luglio 2016, a bordo della nave Scuola Palinuro, è stato ricordato l'ultimo combattimento del sommergibile Ascianghi, verificatosi il 23 luglio 1943, contro una sezione di cacciatorpediniere inglesi, su iniziativa del Comandante del Comando Marittimo Sicilia, ammiraglio Nicola De Felice. Forma solenne, con picchetto d'onore e lancio di una corona d'alloro in mare. Presenti, oltre all'Ammiraglio un gruppo di appartenenti alle associazioni d'Arma di Siracusa e di Acireale, oltre naturalmente all'avvocato Migneco.  

ascianghi.jpg 

C'è chi ha detto che gli ordini emanati in quei giorni da Supermarina (il Comando Centrale della Regia Marina, oggi evolutosi in CINCNAV) e da MARICOSOM, ovvero pattugliare davanti al porto di Augusta, fossero privi di senso, date la netta prevalenza aeronavale avversaria. Si tratta, in effetti, di una mentalità da wargame e non da storici, né da marinai. Gli ordini non si discutono, si eseguono, allora come oggi e come sempre. La gente è consapevole dei rischi, si tratti di una missione di guerra o di certe navigazioni con il mare verde in quelle stesse acque che spazzano tutto e tutti dalla coperta, ma le navi vanno avanti, pattugliatori o sommergibili non fa differenza, come oggi non si distingue più tra uomini e donne. Tutti marinai, tutti con la stessa uniforme, tutti – come sempre -  legati al destino della loro nave, dall'ammiraglio che issa la propria insegna all'ultimo serpante.  

Tutti i sommergibili italiani ancora esistenti ed efficienti nel Mediterraneo attaccarono, quell'estate del 1943, i convogli di invasione angloamericani. In Marina, infatti, non si sono mai contati gli avversari per poi dire, vado o non vado. Si obbedisce e basta. E' una questione di etica, per tacere del fatto che, alla lunga, il Potere Marittimo paga sempre, anche se per conseguirlo le perdite non si contano. Lo stesso discorso vale per le motosiluranti di quella stagione di fuoco, per i mezzi d'assalto di superfice di base a Taormina, per gli incursori che operarono con successo, con le loro piccole cariche, dietro le linee nemiche, per l'incrociatore Scipione, vittorioso la notte sul 17 luglio 1943 nello Stretto di Messina, per le altre navi da guerra e ausiliarie che si impegnarono senza paura e senza speranza, in quella giostra infernale.

Per anni si è detto e scritto che l'Ascianghi, al comando del STV Marco Fiorini, colpì, quel pomeriggio, con un siluro, l'incrociatore inglese Newfoundland.

lancio-corona-ascianghi.jpg 

Altri ritengono, sulla base degli orari (peraltro non univoci) di fonte britannica che quella nave sia stata danneggiata, in realtà, dal sommergibile tedesco U 407. La cosa, in questa sede, non ha, naturalmente, importanza. Anche altri, confusi episodi verificatisi in quelle acque in quei giorni sono rivendicati dalle rispettive bandiere e l'Ufficio Storico si impegna proprio per questo scopo, senza mai togliere o aggiungere nulla al valore e alla fortuna di chi combatté e, spesso, morì in mare in quei giorni.

A seguito del lancio la reazione dei cacciatorpediniere inglesi Laforey ed Eclipse portò, dopo una fase di caccia, all'affondamento dell'Asciagnghi, a poche miglia dalle ostruzioni del porto di Augusta. A bordo del battello scomparvero 23 uomini. I 27 superstiti finirono in prigionia, dopo 29.000 miglia percorse durante 22 missioni di guerra, 24 trasferimenti e una missione per trasporto munizioni.

A bordo del Palinuro era presente anche il figlio di uno dei sopravvissuti dell'Ascianghi, Sebastiano Pavone da Acireale, il quale, con le lacrime agli occhi, ha ricordato come il padre, nonostante le proprie gravi ferite, si fosse prodigato per salvare gli altri salvo provare, come spesso succede in questi casi, un senso di disagio per essere sopravvissuto. A quanto risulta un solo superstite di quel sommergibile è ancora vivo e privo dell'uso delle gambe. L'ammiraglio De Felice non ha mancato di sottolineare, nel corso delle cerimonia, l'alto senso del dovere mostrato dell'equipaggio date le condizioni operative, altamente critiche e note a tutti, affrontate fino al momento dell'ultimo sacrificio.

Non diversa, o anche peggiore, fu la sorte degli equipaggi dei sommergibili Flutto, Acciaio, Nereide e Argento andati perduti nelle medesime circostanze introno alla Sicilia, e dei battelli Remo, Romolo, e Micca affondati in quella stessa area mentre erano in corso di trasferimento dallo Jonio al Tirreno e ancora più amara fu la sorte del Bronzo, catturato dopo aver perso in combattimento tutta la gente nella falsa torre, a partire dal comandante.

Non furono sacrifici inutili. Certo. i risultati ottenuti, dal grave danneggiamento dell'incrociatore inglese Cleopatra ad altri, ancora in corso di accertamento a opera dell'USMM, contano; ma l'esempio e il ricordo durano, e dureranno sempre, nei secoli e oltre. Fu così per Ettore ed Achille, è così per la gente dell'Ascianghi e delle altre navi italiane di quell'estate e di ogni epoca.