Editoriale Maggio 2019

L'evoluzione del Potere Marittimo nella storia dei popoli, degli imperi, delle nazioni e degli Stati, descrive il plurimillenario uso del mare a sostegno dei propri interessi vitali, unitamente a un inevitabile contemporaneo processo osmotico di confronto e di scambio — dal mare e sul mare — ovvero tra civiltà e culture diverse.

Così almeno a partire dal XIX secolo, abbiamo assistito, dapprima al globale monopolio economico e commerciale della Gran Bretagna, attraverso la piena espressione di un potere marittimo che ha regnato indiscusso e che determinò quello che gli studiosi definiscono come: pax britannica. La Royal Navy deteneva l'assoluto dominio del mare potendo permettersi di schierare una Flotta decisamente superiore secondo il principio del: Two Power Standars (mantenere in servizio un numero di navi da battaglia almeno uguale a quello combinato delle due successive più grandi Marine mondiali). Il potere marittimo britannico poggiava sostanzialmente su tre pilastri fondamentali: la flotta, il commercio, le colonie. La flotta disponeva, inoltre, di basi navali diffuse sull'intero globo, in particolare nei punti strategici per la protezione del commercio con le colonie. Il XIX secolo appare come cruciale poiché conobbe anche grandi trasformazioni in ogni aspetto della guerra navale in ragione dell'introduzione della propulsione a vapore e parimenti delle navi con scafo in ferro e dei proiettili esplosivi. La Royal Navy riuscì a mantenere un netto vantaggio rispetto a ogni potenziale avversario grazie anche a un netto vantaggio nell'industria cantieristica e nella quantità di risorse finanziarie utilizzabili per il mantenimento della supremazia navale. Su queste premesse — come ben noto — alla fine del XIX secolo lo statunitense Alfred Thayer Mahan (1840-1914), contrammiraglio, storico e studioso di strategia navale, espresse le proprie teorie in merito al Potere Marittimo pubblicando il proprio Influence of Sea Power upon History. Fu un libro di enorme successo che influenzò ogni potenza navale, in essere e in fieri. Sulla base di una solida esperienza storica secolare, Mahan codificò i termini del Potere Marittimo e divulgò le nozioni, oggi date per scontate, di proiezione della forza navale dal mare alla terra con l'obiettivo finale di condizionare l'economia dell'avversario; identificò il ruolo fondamentale delle Marine mercantili e la necessità di avere basi navali diffuse in tutto il mondo. Riscoprì, infine, l'eterno concetto della «concentrazione delle forze». A una attenta e più critica rilettura posteriore, peraltro, è stato altresì osservato che Mahan voleva influenzare il pensiero politico e strategico statunitense, essendo personalmente convinto in merito al fatto che il futuro degli Stati Uniti era sul mare, ponendosi così in contrapposizione rispetto alla maggioranza politica del suo tempo, isolazionista e continentale nordamericana. Parimenti discutibile fu pure il suo leitmotiv centrato sulla «grande-battaglia-navale-decisiva» che avrebbe dovuto assicurare, da sé sola, il dominio assoluto al vincitore. Ma Mahan non fu il solo pensatore della strategia marittima. Infatti, è possibile citare altri esempi illustri di studiosi come l'ammiraglio inglese Julian Corbett (1854-1922) il quale era viceversa contrario alla «battaglia decisiva» di stile Mahaniano sostenendo che il concetto di guerra offensiva o difensiva era legato, in realtà, alla situazione relativa delle forze e agli scopi politici alla base del confronto. Per Corbett la «battaglia decisiva» non andava perseguita a tutti i costi; doveva essere casomai perseguita una corretta valutazione dei termini di costo ed efficacia delle risorse. Per quel pensatore britannico, di conseguenza, la strategia navale era solo una parte della strategia generale dello Stato o, ancor meglio, del Sistema Paese e il Potere Marittimo era la condizione necessaria per conseguire gli obiettivi prefissati.

Dati questi due punti di riferimento, le teorie sul Potere Marittimo sono rimaste praticamente immutate per tutto il XX secolo. Oggi, però, sono oggetto di profonde trasformazioni a partire dal termine della Guerra Fredda, ultima contrapposizione classica del c.d. Secolo breve. Siamo infatti, passati dalla pianificazione di operazioni belliche che avevano come obiettivo il contrasto «in alto mare» delle Flotte avversarie a cicli di operazioni che vanno dalla deterrenza convenzionale alla sorveglianza e proiezione marittima passando, inevitabilmente, per la sicurezza del traffico, e per le operazioni di contrasto alla pirateria e contro l'utilizzo del mare per il commercio di esseri umani e di sostanze vietate in aggiunta all'eterno contrabbando. Più recentemente sono state altresì scoperte o riscoperte attività di capacity building e di controllo dello spazio «Cyber» e di «Information Superiority» mentre si profilano sempre più nette le interconnessioni tra il dominio marittimo e quello dello spazio esterno.

In un policromo e complesso quadro dottrinale e anche geopolitico contemporaneo, la strategia navale italiana vede le unità della Marina Militare impiegate in attività di sea control a tutto campo, attraverso la Naval Presence, la Naval Diplomacy, le operazioni di Power Projection Ashore anche in contesti Joint e nell'ambito di forze multinazionali.

La sostanza, infatti, non cambia. La Marina protegge le attività sul mare, quelle «blue water» del XXI secolo della «blue economy» che sono il fondamento della vita e della prosperità di tutti noi. Parimenti, è acclarato che, nonostante i moderni scenari post «Guerra Fredda», permeati dal fenomeno della globalizzazione, i concetti portanti relativi al potere marittimo, codificati all'inizio del XX secolo, rimangano validi e universalmente riconosciuti. La storia ci insegna, infatti, che il «dominio del mare» è una condizione che è sempre stata ricercata ma che generalmente non è stata mai raggiunta in maniera assoluta. Ecco dunque che «dominio del mare» possiede un significato profondo ancora oggi: la garanzia del pieno uso del mare a beneficio di noi stessi e dei nostri alleati oltre che la capacità di impedire in ogni momento a chi (Stato o privato) cercasse di ostacolarla sul mare e dal mare. Un dominio del mare assoluto è una condizione ideale e solitamente utopica; il suo esercizio «limitatamente nel tempo e nello spazio», è — per contro — una condizione relativa indispensabile da assicurare, magari solo in potenza, in tempo di pace e che non può essere conseguita in caso di crisi, perché le Marine, le navi e i marinai, non si improvvisano. In particolare l'Italia vive da sempre mediante un'economia di trasformazione che deve importare materie prime e deve esportare manufatti e servizi. La disponibilità e la garanzia del pieno e libero utilizzo, in ogni circostanza, delle vie di comunicazione marittime è interesse vitale e primario di ogni grande economia. Dati i volumi, sempre crescenti, di merci e valori, il mare è, oggi più che mai, non uno strumento ma lo strumento principe per la tutela dei propri legittimi interessi. L'Italia vive e prospera grazie al suo Potere Marittimo. E questo è costituito: dal Potere Navale (la Flotta, gli uomini e le donne, le basi navali, gli arsenali militari marittimi e le capacità di supporto tecniche e logistiche); da un'adeguata flotta mercantile; da un'industria per la Difesa avanzata sotto il profilo tecnologico; dai cantieri e dalle loro maestranze qualificate affiancati dalla diplomazia, da un'economia di mercato e da un'intelligence di taglia; da porti innovativi, dalle capacità di movimentazione in forma multimodale mezzi e passeggeri. Quanto alla strategia navale, essa deve necessariamente perseguire ogni utile sinergia sul piano delle cooperazioni inter-istituzionali e delle collaborazioni inter-agenzia, al pari della piena e tempestiva interoperabilità multinazionale, a partire delle Organizzazioni e dalle Alleanze di riferimento per l'Italia come l'ONU, l'UE e la NATO. Occorre infine sviluppare, sostenere e salvaguardare la cultura marittima nazionale, vera essenza vocazionale di un paese marittimo come l'Italia. Il potere marittimo, per l'Italia, deve essere inteso al servizio degli interessi nazionali per la crescita e la prosperità della nazione. Esso non vuole significare una vuota e generica volontà di supremazia o, peggio ancora, di dominio, ma l'espressione di una cultura profonda di un popolo libero, espressione di una vera e propria cultura marittima che —– nel sostegno e salvaguardia dei principi di libertà e di scambio, cooperazione e solidarietà, apertura culturale e civiltà a favore di tutti — sia in grado di sviluppare un futuro autentico per la fruttuosa convivenza tra i popoli.

Daniele Sapienza