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L'adesione dell'Italia alla NATO

Il Giada in bacino di carenaggio a La Spezia, in un'immagine degli anni '50Il nuovo governo che si formò dopo le elezioni del '48 dovette prendere atto che l'Europa era ormai divisa in due blocchi contrapposti, e che la sicurezza di un paese dipendeva dall'appartenenza all'uno o all'altro schieramento. Era da poco stata formulata la cosiddetta "dottrina Truman" (marzo 1948), in base alla quale gli Stati Uniti proponevano di aiutare economicamente i paesi europei in difficoltà attraverso il Piano Marshall, ed in questo contesto iniziò una serie di contatti con gli USA per ottenere garanzie di sicurezza in caso di attacco, essendo le Forze Armate nazionali tuttora lontane da una reale credibilità. Il governo di Washington, spinto da motivazioni di carattere politico ma al tempo stesso interessato a mantenere proprie basi nella penisola, d'importanza strategica per il controllo aeronavale del Mediterraneo, convinse l'Italia - già incline ad una scelta in senso occidentale -ad intavolare colloqui per l'inserimento in un'alleanza difensiva. L'Italia aveva scarse possibilità di partecipare attivamente ad un sistema militare integrato, a causa dalla precaria situazione economica e delle perduranti clausole restrittive del Trattato di Pace; la conseguenza più immediata dei contatti con gli Stati Uniti fu perciò un allentamento dei vincoli del Trattato e l'inserimento delle forze armate nazionali nel programma MDAP (Mutual Defense Assistance Programme) di aiuti militari americani.

La corazzata Giulio Cesare a Taranto nel novembre del '48, alla vigilia del trasferimento in URSSNel frattempo lo Stato Maggiore della Marina - al cui vertice era stato nominato, nel novembre 1948, l'ammiraglio Emilio Ferreri - si era indirizzato a privilegiare l'attività operativa dello scarso naviglio esistente, piuttosto che il potenziamento o l'ammodernamento organico dei materiali disponibili; sotto il profilo strategico il Paese rimaneva ancora vincolato a vecchi schemi, con una forza armata dominante e le altre due chiamate a svolgere un ruolo secondario di supporto, pur in un contesto storico che aveva appena ribadito l'importanza del potere aeronavale. Il 4 aprile 1949 Italia sottoscrisse il Trattato del Nord Atlantico, che affrontò la sua primi crisi a seguito dell'invasione della Corea meridionale e di una possibile analoga iniziativa in Europa da parte sovietica: la conseguente "strategia avanzata" adottata dal l'Alleanza, che esigeva il potenziamento militare di ciascun membro, consentì all'Italia di ribadire la propria impossibilità a contribuire attivamente se non dopo la revoca delle clausole restrittive del Trattato di Pace. Il consenso delle altre nazioni occidentali alla richiesta italiana segnò l'avvio di colloqui diplomatici che portarono, sul finire del 1951, alla decadenza delle restrizioni.

Le due fregate portaelicotteri Rizzo e BergaminiL'adesione alla NATO significò per la Marina Militare il riconoscimento e l'attribuzione di compiti ben determinati e commisurati alle potenzialità esprimibili all'epoca, in un contesto geografico di svantaggio dovuto ad un'estensione costiera di oltre 8.000 km da sorvegliare e proteggere. Alla MM vennero assegnati il controllo del bacino adriatico e del Canale d'Otranto e la difesa delle linee di comunicazione marittime nel Tirreno, mentre nella zona centrale del Mediterraneo il ruolo era di cooperazione e sostegno alle operazioni dell'US Navy e della marina britannica, per ribadire la volontà di presenza occidentale in un bacino dove non si erano ancora manifestate serie minacce.
Il programma navale destinato a procurare gli strumenti necessari ad assolvere questi compiti prese le mosse nel novembre 1949 con la compilazione di uno "Studio sul potenziamento della Marina italiana in relazione al Patto Atlantico", la cui innovazione principale riguardava l'impiego di reparti aerei della Marina per le operazioni in Adriatico e per la protezione dei traffici. Il documento individuava anche la struttura delle forze necessarie: un complesso di unità suddivisibile in due gruppi operativi d'altura comprendenti in totale due portaerei di scorta, quattro incrociatori a primaria vocazione antiaerea, 12 cacciatorpediniere e 16 unità di scorta (fregate). Per soddisfare anche le esigenze di difesa anfibia nell'alto Adriatico, della guerra di mine e della lotta AS, questo complesso di piattaforme navali avrebbe dovuto essere integrato da una cospicua componente aerea (oltre 500 velivoli) e di contromisure mine e da numerose unità minori e logistiche.

Poiché la realizzazione di quanto teoricamente previsto esigeva un onere finanziario palesemente impossibile da sostenere, si decise di seguire un approccio articolato su due direttrici parallele :

  • una, nazionale, basata sulla ricostruzione/trasformazione di due incrociatori leggeri classe "Capitani Romani" sopravvissuti al conflitto, sulla realizzazione ex-novo di 2 cacciatorpediniere, 2 fregate, 12 dragamine costieri (classe Agave) e 2 unità minori e infine sulla grande opera di chirurgia navale cui fu sottoposto il, naviglio di ogni tipo allora in servizio, riequipaggiato con materiali di provenienza americana;

  • una, esterna, imperniata invece sulla richiesta di cessione in conto MDAP da parte degli USA del rimanente naviglio necessario per raggiungere il complesso globale di forze sopra menzionato, ivi inclusi un totale di 128 velivoli da ricognizione, pattugliamento e lotta antisommergibile.

Il sommergibile Pietro Calvi (ex Bario) recuperato nel dopoguerra e rientrato in servizio nel 1961 Le speranze di portare a compimento ambedue i programmi si infransero da un lato contro la realtà economico-sociale di un Paese in piena ricostruzione, e dall'altro contro le riserve espresse da alcuni governi europei di fronte alla prospettiva di veder risorgere una Marina Militare in grado di contrastare in qualche modo gli interessi di altre forze navali occidentali.

Il programma di costruzioni navali nazionale progredì con estrema lentezza anche a causa di motivi tecnici, mentre dagli Stati Uniti giunse un complesso di forze che, seppure inferiore alle ottimistiche aspettative dello Stato Maggiore della Marina, restava comunque di tutto rispetto comprendendo, fra naviglio prelevato dai ranghi dell'US Navy e unità di nuova costruzione, un totale di 2 cacciatorpediniere, 3 caccia di scorta, 6 cannoniere d'appoggio, 4 dragamine d'altura e 18 costieri e 35 mezzi da sbarco di varie dimensioni; la revisione del Trattato di Pace (1952) permise infine di schierare nuovamente del naviglio subacqueo.