Gli ultimi anni dell'ottocento videro la nascita di un nuovo e straordinario strumento bellico, il sommergibile, e nei primi anni del nostro secolo tutte le Marine cominciarono a costruirne.
Il primo sottomarino italiano può essere considerato il Delfino che, impostato nell'arsenale di La Spezia nel 1890, fu completato solamente nel 1896 per tutta una serie di modifiche che furono apportate al progetto originale nel corso della costruzione. Lungo 23,3 metri il Delfino dislocava in emersione 98 tonnellate. La propulsione era fornita da un motore elettrico della potenza di 65 cavalli.

Tra il 1902 e il 1904 fu sottoposto a radicali lavori di rimodernamento che comportarono anche l'imbarco di un motore a benzina per la navigazione in superficie e di un tubo lanciasiluri a poppa. Il Delfino fu sostanzialmente un'unità sperimentale, anche se effettuò 44 missioni d'agguato nel corso del primo conflitto mondiale a difesa del litorale veneto, e fu tra i primi sommergibili a imbarcare una bussola giroscopica e il periscopio.

La Marina italiana decise nel 1903 di dotarsi di questi mezzi e affidò l'incarico all'Arsenale di Venezia di progettare la prima serie di queste unità. Nacquero così i primi sommergibili italiani, la classe "Glauco" su cinque unità ("Glauco", "Squalo", "Narvalo", "Otaria", "Tricheco").

Si trattava di unità di 200 tonnellate di dislocamento, lunghe 36 metri e larghe 4 con armamento costituito da due siluri da 450 mm. I motori erano a scoppio e tale caratteristica fu il motivo per cui questi sommergibili furono soprannominati "benzinari". Il progettista, maggiore del genio navale Laurenti, si attenne al concetto, allora condiviso da molte Marine, di dare allo scafo forme avviate adatte alla navigazione in superficie. Conseguentemente le sezioni trasversali risultarono molto diverse fra di loro e la resistenza strutturale ebbe limitazioni dovute alla forma dello scafo che risultò inadatta a sostenere forti pressioni. Le cinque unità della classe, pur mantenendo inalterate le dimensioni presentarono modeste differenze di dislocamento dovute a migliorie introdotte durante l'allestimento sulle successive unità della classe ed alla definitiva abolizione di un tubo lanciasiluri, adottata a partire dalla seconda unità della serie. Anche le sagome risultarono diverse fra loro per la differente posizione della torretta che, molto prodiera sul "Glauco" assunse, via via sulle ultime unità una posizione centrale.

Anche questi battelli debbono essere considerati sperimentali poiché servirono di base per lo sviluppo dell'arma subacquea italiana. Infatti, oltre alle deficienze insite in ogni prototipo ed a quelle dovute all'insufficiente esperienza della Marina nel campo delle costruzioni di naviglio subacqueo, queste unità lamentarono anche continue noie ai motori. Il loro impiego fu poi limitato dalla presenza a bordo d'elevati quantitativi di benzina, utilizzata come combustibile. I sommergibili furono varati in tempi diversi: il "Glauco" nel 1905, lo "Squalo" ed il "Narvalo" nel 1906, l'"Otaria" nel 1908, il "Tricheco" nel 1909. Entrati in servizio e dopo l'addestramento iniziale, questi battelli operarono, con base a Venezia, prevalentemente lungo il litorale Adriatico.

Allo scoppio del conflitto formarono assieme con "Delfino" e "Foca", la quarta squadriglia, e furono suddivisi fra Venezia (4) e Brindisi (2) ed impiegati per la difesa ravvicinata. Nel 1916 il "Glauco" e l'"Otaria" costituirono un gruppo autonomo di base Taranto, mentre le rimanenti unità furono riunite a Venezia. Nessun sommergibile di questa classe prese parte ad azioni belliche degne di menzione. Il "Glauco" fu radiato nel 1916, tutti gli altri nel 1918.