Sezione Sommergibili Ocenici
Classe Brin
Archimede (2°)




Cantiere: Tosi, Taranto
Impostazione: 23.12.1937
Varo: 05.03.1939
In servizio: 18.04.1939
Affondato: 15.04.1943
Radiazione: 18.10.1946
Dislocamento: in superficie: 1.016,92 t
in immersione: 1.265,77 t
Dimensioni: Lunghezza: 72,47 m
Larghezza: 6,80 m
Immersione: 4,20 m
Apparato motore:

di superficie:
2 motori Diesel Tosi
Potenza 3.400 hp (2.502 kW)
subacqueo:
2 motori elettrici di propulsione Ansaldo
Potenza 1.300 hp (956 kW)
2 eliche

Velocità: max in superficie: 17,37 nodi
max in immersione: 8,62 nodi
Autonomia:

in superficie 
1.580 miglia a 17 nodi - 5.662 miglia a 8 nodi (in carico normale) 2.861 miglia a 17 nodi - 9.753 miglia a 8 nodi (sovraccarico)
in immersione 
9 miglia a 8,5 nodi - 90 miglia a 4 nodi

Armamento: 4 tls AV da 533 mm
4 tls AD da 533 mm
12 siluri da 533 mm (6 a prora e 6 a poppa) 
1 cannone da 100/43 mm, 230 proiettili
2 mitragliere binate da 13,2 mm, 6.000 proiettili
Profondità di sicurezza: 100 m
Equipaggio: 7 ufficiali, 47 tra sottufficiali e marinai

L'unità apparteneva alla classe "Brin".
Il 19 giugno 1940, al comando del tenente di vascello Mario Signorini, partì da Massaua per portarsi in agguato al largo della Somalia francese. Già il giorno 20 alcuni membri dell'equipaggio manifestarono sintomi di avvelenamento, ma all'inizio non si riuscì ad individuarne l'origine. Si trattava di avvelenamento da cloruro di metile proveniente dall'impianto di condizionamento.
Nella notte del 24 morirono quattro marinai ed il Comandante decise di rientrare alla base. Visto il progressivo peggioramento delle condizioni degli uomini, l'unità diresse su Assab, dove arrivò il mattino del 26. Immediatamente vennero sbarcati 24 uomini in condizioni gravi (due di essi morirono subito dopo) compreso il Comandante ed il Direttore di Macchina.
Il 13 luglio, al comando del capitano di corvetta Livio Piomarta, l'Archimede rientrò a Massaua e venne rimesso in efficienza. Il 31 agosto il sommergibile era nuovamente pronto per una missione di guerra. Effettuò altre missioni senza tuttavia venire in contatto con forze nemiche.
Il 3 marzo 1941, l'Archimede partì da Massaua, al comando del capitano di corvetta Salvatori, alla volta di Bordeaux dove arrivò il 7 maggio 1941.
L'attività del sommergibile in Atlantico fu particolarmente intensa.
Il 23 maggio 1942 mentre navigava, al comando del tenente di vascello Gianfranco Gazzana Priaroggia, al largo delle coste brasiliane, avvistò un cacciatorpediniere, probabilmente il Moffett, seguito da una unità da guerra di grandi dimensioni che fu ritenuto un incrociatore del tipo "Pensacola". L'Archimede lanciò due siluri e si disimpegnò in quota. Trascorso il tempo previsto, vennero udite le esplosioni delle armi; tuttavia non vi è traccia dell'azione nella documentazione avversaria.
Durante la stessa missione il battello attaccò, al largo delle coste brasiliane, il 15 giugno 1942, il piroscafo da caricoCardina, di 5.586 tsl, e lo affondò con il siluro.
Divenuto Comandante il tenente di vascello Guido Saccardo, il 9 ottobre 1942, sulla congiungente Freetown-Capo San Rocco, l'Archimede intercettò il piroscafo passeggeri Oronsay, di 20.043 tsl, che fu affondato con quattro siluri.
Il giorno successivo il sommergibile colpì il piroscafo passeggeri greco Nea Hellas, di 16.991 tsl.
Il 26 febbraio 1943 l'Archimede, sempre al comando del tenente di vascello Saccarclo, partì per la sua ultima missione. Mentre, alle prime ore del 15 aprile, stava navigando in superficie al largo dell'Isola Fernando de Noronha, fu avvistato da un aereo statunitense, ma non poté immergersi, probabilmente per qualche avaria ad impianti vitali. L'aereo chiamò altri due velivoli che attaccarono il sommergibile con numerose bombe. L'Archimede si difese strenuamente e riuscì a danneggiare un aereo attaccante. Tuttavia anche il battello fu colpito gravemente; alla sera, l'Archimede, spezzato in due, affondò con gran parte dell'equipaggio.
I superstiti salirono su tre battellini di gomma gettati in mare dagli aerei attaccanti. Dopo 27 giorni dal naufragio, rimaneva in vita solamente il sottocapo Lo Cocco che fu salvato, ormai in fin di vita da pescatori brasiliani.