Questo numero è dedicato al Medio Oriente. Dovremmo chiamarlo Vicino Oriente (VO) o, ancor meglio, Levante. Il termine Vicino Oriente dà, infatti, nel senso più immediato la netta percezione della breve distanza da un’area geografica per noi tradizionalmente prossima rispetto al remoto Estremo Oriente. La Treccani, d’altra parte, libera come è da certi inglesismi, parla chiaro: «…usata per designare i paesi del Mediterraneo orientale e dell’Asia di Sud Ovest, che in passato erano anche chiamati Paesi del Levante o semplicemente Levante. Vengono di solito compresi nel VO: la Turchia Asiatica, la Persia, la Siria e il Libano, Cipro, lo Stato d’Israele, la Giordania, l’Iraq, i Paesi della Penisola araba e anche l’Egitto» (1). A suo tempo i geografi britannici avevano diviso l’Oriente in tre parti: Vicino Oriente (Near East) la regione più vicina all’Europa che si estende dal Mar Mediterraneo al Golfo Persico; Medio Oriente (Middle East), dal Golfo Persico al Sud Est dell’Asia; Estremo Oriente (Far East) le regioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico. Il termine «Middle East» sembra sia stato coniato nel 1850 dal British India Office. L’uso si estese in seguito grazie anche all’ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan (2), famoso storico e padre del «navalismo», per designare l’area compresa tra la Penisola arabica e l’India. Nel giugno 1939 i britannici crearono il Middle East Command destinato a comprendere, in funzione anti-italiana, l’immensa area che da Malta fino all’Egitto e all’Iraq si estendeva ad Aden, al Sudan e al Kenya. Da allora, come riporta l’Enciclopedia Britannica (3), il Middle East è rimasto più o meno lo stesso: Turchia; Cipro; Siria, Libano, Iraq, Iran, Israele, Giordania, Striscia di Gaza, Egitto, Sudan, Libia, i vari stati della Penisola arabica (Arabia Saudita, Kuwait, Yemen, Oman, Bahrain, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), Iran, Afghanistan e Pakistan. In pratica Vicino e Medio Oriente si sovrappongono. Ed è interessante notare come la parte orientale del Mediterraneo allargato comprenda questa stessa mezzaluna fertile, come la chiamavano i sultani turchi. Giriamola come vogliamo, ma sempre qui si torna: alla culla della civiltà — quantomeno in senso occidentale, dalle tavolette cuneiformi in poi — e delle religioni monoteistiche. E, come al solito, geografia e geopolitica vanno a braccetto con l’economia: dall’età del bronzo a quella, non certo ancora esaurita, del petrolio o, meglio, degli idrocarburi. E la chiave per comprendere un mondo che non cambia mai proprio perché muta, e si adatta di continuo, rimane la geopolitica. Per gli italiani l’Oriente non è mai troppo lontano e chi va per mare lo sa ancora di più. Da sempre il Vicino Oriente ha influenzato l’Occidente e oggi, più che mai, in un mondo iperconnesso e globalizzato, è ancora più facile accorgersene. Non parliamo, poi, della storia: Sumeri, Ittiti, Assiri, Babilonesi, Egiziani, Ebrei, Nisseni, Caldei, Etiopi, Copti, Bizantini, Arabi. Commerci, guerre, religioni, architetture eterne e chi più ne ha, più ne metta. Ma, è bene aggiungere subito, anche conflitti ideologici, prima ancora che territoriali, spietati e, inoltre, duelli mortali tra Occidente e Oriente. Non è questa la sede per riassumere, in poche e impossibili righe, la storia di due millenni. È però sicuro lo scambio reciproco tra le culture. Unica bussola la tutela da parte di ciascuno (e quindi anche dell’Occidente comunemente inteso) dei legittimi interessi: dalla sicurezza dei confini (un concetto questo, tutt’altro che scontato, come conferma la recentissima cronaca europea) agli interessi commerciali. E ora, sul piano geostrategico, si è recentemente aggiunto anche il colosso cinese, con la cosiddetta Nuova Via della Seta, che poi tanto nuova non è; né va dimenticata la presenza russa nel Mediterraneo. In breve, tutti sono parti in causa e il motivo è semplice: il 90% del traffico mondiale avviene per mare e le rotte marittime, in primis il Canale di Suez, gli Stretti e Gibilterra, sono gli snodi cruciali. Pertanto il nostro VO è un pivot geopolitico del massimo interesse in vista della stabilità, in realtà sempre e inevitabilmente dinamica. E intorno a questo «perno» non si muovono soltanto interessi esterni, ma anche endogeni, basti pensare, tra i tanti, al caso dell’ISIS, Stato o movimento che ha dimostrato di essere tutt’altro che passeggero. In questo scenario complesso l’Italia, le sue Forze armate e, naturalmente, la Marina Militare rivestono un ruolo determinante per la stabilizzazione dell’area, a supporto della difesa collettiva e per la tutela di quelli che sono gli interessi nazionali vitali. Si pensi, tanto per fare un solo esempio, al riscaldamento, non quello globale, ma quello, più modestamente, delle nostre case. Dal secondo dopoguerra ciò è avvenuto, sia nell’ambito di alleanze costituite sia agendo come paese solo davanti ad amici e nemici. In Libano, dal 1982 al 1984 insieme agli Stati Uniti, alla Francia e al Regno Unito. Si è trattato di una operazione di peacekeeping, la prima su questa scala condotta oltre il confine dopo la Seconda guerra mondiale. Da allora queste operazioni si sono succedute una dietro l’altra: per esempio la Multinational Force and Observers (Forza multinazionale e osservatori-MFO), attiva dal 1982 nel Sinai e tutt’ora in corso. In particolare l’Italia partecipa a questa missione con un contingente militare, denominato Coastal Patrol Unit (CPU), cui è affidato il compito di verificare la libertà di navigazione nello Stretto di Tiran (4). Sempre nel 1984 (agosto-ottobre 1984) possiamo ricordare l’attività di sminamento nel Mar Rosso, condotto dai cacciamine italiani del 14° Gruppo Navale e poi l’operazione Golfo 1, svoltasi dal 1987 al 1988: una missione internazionale svolta nel Golfo Persico dalla Marina Militare insieme ad altre Marine occidentali a protezione del traffico mercantile di tutti. L’operazione Golfo 2, a partire dall’agosto 1990, ha visto le unità navali della Marina, all’interno 20º Gruppo navale (COMGRUPNAV 20), impegnate nelle operazioni della Guerra del Golfo insieme a una coalizione composta da ben 35 Stati, formatasi sotto l’egida dell’ONU e guidata dagli Stati Uniti. E che dire delle operazioni UNITAF (UNIfied TAsk Force), dal dicembre 1992 al maggio 1993, e UNOSOM II, dal marzo del 1993 al marzo del 1995, che hanno visto l’Italia impegnata in Somalia per il mantenimento della pace e per fornire assistenza umanitaria. In quegli anni, in Somalia, la Marina Militare ha inviato ben tre Gruppi Navali. Il 24º (operazione Somalia I), composto dall’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, dalla fregata Grecale, dal rifornitore di squadra Vesuvio e dalle LPD San Giorgio e San Marco col compito di trasportare i fanti del San Marco (dicembre 1992-aprile 1993). Il 25° Gruppo navale (operazione Somalia II), composto dall’incrociatore portaeromobili Garibaldi, dalla fregata Scirocco, dalle LPD San Giorgio e San Marco e dalla rifornitrice di squadra Stromboli, col compito di provvedere al disimpegno dalla Somalia del contingente italiano (gennaio-marzo 1994). Il 26° Gruppo navale (operazione Somalia III), composto dall’incrociatore portaeromobili Garibaldi, dalle LPD San Giorgio e San Marco, dal rifornitore di squadra Stromboli e dalla fregata Libeccio, per assicurare le operazioni finali di evacuazione del personale rimasto in Somalia (gennaio-marzo 1995). La Combined Maritime Forces (CMF), a partire dal 2001, è una Forza marittima multinazionale, composta al momento da 29 nazioni tra cui l’Italia, che forniscono navi militari per il pattugliamento marittimo nelle acque medio orientali di Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico, allo scopo di aumentare la sicurezza e la stabilità regionale ed espandere le capacità delle Forze marittime regionali (5). Con l’operazione Leonte, il 29 agosto del 2006, a seguito della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite dell’11 agosto del 2006, l’Italia ha prontamente inviato in Libano un contingente militare di forze terrestri, quale contributo al potenziamento della missione denominata United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), già operante sul territorio libanese dal 1978. In tale occasione la Marina Militare ha predisposto un Gruppo navale anfibio, denominato Task Force 425 (Joint Amphibious Task Force-Lebanon-JATF-L), costituito dalla portaerei Garibaldi, dalle tre navi anfibie San Giorgio, San Marco e San Giusto e dall’unità di scorta Fenice. In soli due giorni, dal 2 al 3 settembre 2006, sono stati sbarcati nel Libano meridionale, in prossimità della città di Tiro, 800 uomini, circa 600 dei quali fucilieri di Marina del Reggimento San Marco e 200 Lagunari del Reggimento «Serenissima», con 156 veicoli. L’operazione Leonte, subito dopo le operazioni di sbarco, ha poi visto la missione del Gruppo navale italiano trasformarsi in attività di pattugliamento marittimo permettendo così di rimuovere il blocco navale proclamato dal Governo israeliano. Fu un risultato di notevole rilevanza internazionale, ma — soprattutto — di grande importanza per la popolazione di quello sventurato paese stremata dal blocco. Non possiamo non citare infine, l’operazione Atalanta (tutt’ora attiva), condotta contro la pirateria, nell’area del Corno d’Africa, dal Golfo di Aden fino al bacino somalo, un’azione che ha rappresentato, e continua a rappresentare, la necessaria difesa da parte di pochi per la libertà di navigazione di tutti. Con la Council Joint Action 2008/251 del 10 novembre del 2008, l’UE ha istituito, di fatto, la prima operazione militare a carattere marittimo a guida europea. L’operazione Atalanta può così contare su unità navali e velivoli della Marina Militare dislocati in permanenza per garantire la sorveglianza e il riconoscimento di attività sospette riconducibili alla minaccia della pirateria. Motivi di spazio obbligano a non poter citare tutte le altre, tante operazioni condotte dalle Forze armate italiane nel Vicino Oriente, un’area nevralgica del Mediterraneo allargato che si è spinta fino in Afghanistan con la partecipazione all’operazione ISAF (International Security Assistance Force), istituita in seguito alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1386 del 20 dicembre 2001 per la stabilizzazione di quel paese e terminata con l’operazione Resolute Support Mission, dopo vent’anni nel giugno del 2021; e in Iraq con l’operazione Antica Babilonia (luglio 2003-dicembre 2006). In Afghanistan, in quel periodo, in quella che fu definita la «global war against terrorism», l’operazione Enduring Freedom ha visto la partecipazione di una Task Force italiana guidata da nave Garibaldi con gli AV-8B Plus impegnati in missioni di CAS (Close Air Support) e RECCE (reconnaissance) in territorio afgano, e nave Etna, Aviere e Zeffiro in supporto e scorta.

Sono esempi che segnano, nel doveroso ricordo delle non poche nostre vittime cadute nell’adempimento del dovere, l’impegno dell’Italia per garantire un mondo sicuro — e migliore — per tutti i popoli.

Daniele Sapienza

NOTE

(1) Cfr. Elio Migliorini, Enciclopedia Italiana - III Appendice (1961).

(2) Alfred Thayer Mahan (27 settembre 1840-1º dicembre 1914) è stato un Ammiraglio statunitense, storico e studioso di strategia navale e marittima.

(3) www.britannica.com/place/Middle-East.

(4) Tale compito viene assicurato con tre pattugliatori costieri classe «Esploratore», assegnati in permanenza al contingente nel Sinai nell’ambito del 10° Gruppo navale costiero (COMGRUPNAVCOST 10).

(5) La sede del Comando è in Bahrain, presso le strutture del Comando americano di USNAVCENT; comprende 3 Task Forces navali che operano per dissuadere e impedire alle organizzazioni terroristiche internazionali l’utilizzo dell’ambiente marittimo per perpetrare le loro azioni criminali.

 

Editorial February 2022

This issue is dedicated to the Middle East. We should actually call it Near East or rather, the Levant. The term Near East indeed suggests more immediately the short distance between us and a geographical region that we usually consider nearer as compared to the Far East. For the Treccani encyclopaedia, which traditionally resists the temptation of anglicisms, the point is clear: ‘…used to indicate the countries in the Eastern Mediterranean and Southwest Asia, also formerly called Levant countries or simply the Levant. The Near East usually includes: Asian Turkey, Persia, Syria and Lebanon, Cyprus, the State of Israel, Jordan, Iraq, the Arabian Peninsula countries including Egypt» (1). British geographers had divided the "Orient" into three parts: the Near East, the nearest region to Europe, from the Mediterranean Sea to the Persian Gulf, the Middle East, from the Persian Gulf to Southeast Asia, and the Far East, the regions facing the Pacific Ocean. The term Middle East was coined in 1850 by the British India Office, then became widely used also thanks to the American admiral Alfred Thayer Mahan (2), famous historian and father of navalism, to indicate the area between the Arabian Peninsula and India. In June 1939, fighting against the Italians, the British established the Middle East Command, which was to cover the immense area from Malta to Egypt and Iraq and as far as Aden, Sudan and Kenya. Since then, as reported in the Encyclopædia Britannica (3), a common definition of the Middle East encompassed: Turkey, Cyprus, Syria, Lebanon, Iraq, Iran, Israel, Jordan, the Gaza Strip, Egypt, Sudan, Libya, the various states of the Arabian Peninsula (Saudi Arabia, Kuwait, Yemen, Oman, Bahrain, Qatar and United Arab Emirates), Iran, Afghanistan and Pakistan. Actually, the Near East overlaps with the Middle East. Moreover, it is interesting to observe that the Eastern area of the Wider Mediterranean encompasses this ‘fertile crescent’, as the Turkish sultans used to call it. Anyway, it is an incontrovertible fact that this is the cradle of civilization - at least from the Western point of view, from cuneiform tablets onwards — and monotheistic religions. As usual, geography and geopolitics are closely intertwined with economy: from the Bronze Age to the age of petroleum, or rather hydrocarbons, whose end is certainly not yet on the horizon. The key to understand a world that never changes in its never-ending metamorphosis and adaptation is once again geopolitics. For the Italians, the East is never too far, and anyone who goes to sea is even more aware of this. The Near East has always influenced the West, and today, more than ever, in a hyperconnected and globalised world, it is even easier to understand it. Not to mention history: Sumerians, Hittites, Assyrians, Babylonians, Egyptians, Jews, Chaldeans, Ethiopians, Copts, Byzantines, Arabs. Trade, wars, religions, timeless architectures e and so on, besides ruthless ideological and territorial conflicts, and mortal combats between East and West. It is neither the time nor the place to sum up in a few lines the history of two millennia. The mutual exchange between these cultures is still a fact. The only rule was the protection of each one’s legitimate interests (including therefore the West’s as commonly understood): from border security to trade interests (a concept not to be taken for granted, as the most recent events confirm) to trade interests. On the geostrategic level, the Chinese giant has recently arrived on the scene as one of the key players, through the so-called New Silk Road project, which is not so new, after all. Nor should we forget Russia’s naval presence in the Mediterranean. In a nutshell, the stakeholders are manifold, for a very simple reason: 90% of the world’s trade is carried by sea and sea lines of communication: the Suez Canal, the Straits and Gibraltar are the key passages. Our Near East is therefore geopolitically crucial to stability, although the regional system is perennial dynamic. Around this geopolitical pivot not only external interests but also endogenous phenomena revolve, just think for example, of ISIS, State/movement that proved to be anything but transient. In such a complex scenario, Italy, its Armed Forces and, of course, the Italian Navy play a central role in the stabilization of the area, in support of collective defence and for the protection of vital national interests (just consider not so much global warming but, simply, home heating). Since the post-war period, after World War II, Italy has intervened either within coalitions or as single State. In Lebanon, from 1982 to 1984, alongside the United States, France and United Kingdom, it participated in a peacekeeping operation, the first on this scale conducted overseas after World War II. Since then, these operations followed one another, for example the Multinational Force and Observers (MFO), still operating in the Sinai peninsula since 1982. In particular, Italy participates in this mission providing a military contingent, called Coastal Patrol Unit (CPU), tasked with ensuring freedom of navigation in the Strait of Tiran (4). In 1984 (August-October 1984), Italian minehunters of the 14th Naval Group were deployed to clear the Red Sea, then, from 1987 to 1988, Italian naval units were used in operation Gulf 1, in the framework of an international mission involving other Western Navies to protect merchant traffic in the Persian Gulf. Since August 1990, Operation Gulf 2 saw the 20th Naval Group (COMGRUPNAV 20) of the Italian Navy engaged in the Gulf War within a United States-led coalition of 35 nations, under the aegis of the UN. Other commitments included operations UNITAF (UNIfied TAsk Force), from December 1992 to May 1993, and UNOSOM II, from March 1993 to March 1995, in which Italy was engaged in Somalia in the conduct of a peacekeeping mission with the mandate to deliver humanitarian assistance. In those years, in Somalia, the Italian Navy contributed three Naval Groups: the 24th Naval Group (operation Somalia 1), composed of helicopter cruiser Vittorio Veneto, frigate Grecale, replenishment oiler Vesuvio, and LPDs San Giorgio and San Marco, tasked with transporting the San Marco Marine Brigade troops (December 1992-April 1993); the 25th Naval Group (operation Somalia 2), composed of aircraft carrier Garibaldi, frigate Scirocco, LPDs San Giorgio and San Marco, and replenishment oiler Stromboli, with the task of supporting the withdrawal of the Italian contingent from Somalia (January-March 1994); the 26th Naval Group (operation Somalia 3), composed of aircraft carrier Garibaldi, LPDs San Giorgio and San Marco, replenishment oiler Stromboli, and frigate Libeccio, sent to complete the evacuation of personnel from Somalia (January-March 1995). Since 2001, the Combined Maritime Forces (CMF) is a multinational maritime partnership, currently composed of 29 member nations, including Italy, which contribute naval ships to conduct patrols in the middle-eastern waters of the Red Sea, Indian Ocean and Persian Gulf, in order to increase regional security and stability, and to enhance the regional maritime forces’ capabilities (5). Launching operation Leonte, on 29 August 2006, following the UN Security Council Resolution of 11 August 2006, Italy promptly deployed a contingent consisting of ground forces to Lebanon, as part of the mission of the United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), already operating on the Lebanese territory since 1978. On that occasion, the Italian Navy deployed an amphibious task force called Task Force 425 (Joint Amphibious Task Force-Lebanon-JATF-L), consisting of aircraft carrier Garibaldi, the three amphibious assault ships San Giorgio, San Marco and San Giusto, and an escort unit, ITS Fenice. In just two days, from 2 to 3 September 2006, 800 troops – including about 600 naval riflemen of the San Marco Regiment, and 200 ‘Lagunari’ of the ‘Serenissima’ lagoon Regiment, equipped with 156 vehicles - landed on the coast of southern Lebanon, near the town of Tyre. Within the framework of operation Leonte, the mission of the Italian naval task force soon focused on maritime patrolling activities, thus enabling the lifting of the naval blockade enforced by the Israeli government. This was a great achievement at the international level, and most of all for the population of that unlucky country, suffering as a result of the blockade. Last but not least, the counter-piracy operation Atalanta (still ongoing), conducted in the Gulf of Aden, the Somali basin and off the Horn of Africa, is a mission that has ensured and still ensures the necessary protection of the freedom of navigation for all countries. With the Council Joint Action 2008/251 of 10 November 2008, the EU has launched the first EU-led naval operation. The Italian Navy contributes naval units and aircraft to operation Atalanta, permanently deployed to provide surveillance and detection of suspicious piracy-related activities. There is no space here to mention the many other operations conducted by the Italian Armed Forces in the Near East, a crucial area in the Wider Mediterranean, that has expanded to the Afghanistan, including participation in ISAF’s mission (International Security Assistance Force), mandated by the UN Security Council Resolution 1386 of 20 December 2001 for the stabilization of that country, and followed by the Resolute Support Mission, twenty years later, in June 2021; and in Iraq, within operation Ancient Babylon (July 2003-December 2006). In Afghanistan, in that period, in the framework of the so-called ‘global war on terror’, operation Enduring Freedom saw the participation of an Italian Task Force led by aircraft carrier Garibaldi, embarking AV-8B Plus conducting CAS (Close Air Support) and RECCE (reconnaissance) missions on the Afghan territory, escorted by ITS Etna, ITS Aviere and ITS Zeffiro.

These examples - while honouring the memory of our many victims fallen in the line of duty - mark Italy’s commitment to granting a secure (and better) world for all the peoples of the Earth.

Daniele Sapienza

NOTE

(1) See Elio Migliorini, Enciclopedia Italiana - III Appendice (1961).

(2) Alfred Thayer Mahan (27 September 1840-1st December 1914) was a United States admiral, historian and expert on naval and maritime strategy.

(3) www.britannica.com/place/Middle-East.

(4) This task is fulfilled by three Esploratore-class coastal patrol boats, permanently deployed to Sinai within the 10th Coastal Naval Group (COMGRUPNAVCOST 10).

(5) The Command is based at US Naval Support Activity Bahrain (USNAVCENT), and has three naval Task Forces that operate to deter and prevent international terrorist organisations using the sea to perpetrate criminal activities.