Marina Militare

Sicurezza in mare aperto: quando la cooperazione internazionale fa la differenza

8 maggio 2026 Gaia Montenovo

Immaginate un mercantile che avanza lentamente in mare aperto. Grande, carico di merci, ma a bordo ci sono poche persone: una ventina, forse meno. Intorno, solo acqua. È proprio questa combinazione, grande, lento e relativamente indifeso, che lo rende un bersaglio ideale.

I pirati non compaiono all'improvviso. Hanno già scelto quella nave. L'hanno individuata osservando le rotte più trafficate. Sanno che è abbastanza lenta, che il bordo non è troppo alto, che non ha scorte militari. Si avvicinano da lontano, spesso partendo da una nave madre, un peschereccio di medie dimensioni che permette loro di operare a centinaia di miglia dalla costa senza destare sospetti.

Poi, all'improvviso, l'azione accelera.

Due o tre skiff, piccole barche veloci, si staccano e puntano la nave. Corrono sull'acqua a tutta velocità. A bordo ci sono uomini armati, spesso con kalashnikov. Quando sono abbastanza vicini, iniziano a sparare: non per danneggiare la nave, ma per intimidire. È un messaggio chiarissimo: fermati, non reagire.

Sul mercantile scatta l'allarme. L'equipaggio manda un segnale silenzioso di emergenza e tenta manovre evasive. A volte attiva cannoni ad acqua, si rifugia in una citadel, una stanza blindata progettata proprio per questi casi. Ma tutto questo deve funzionare in fretta, perché i minuti sono pochissimi.

Gli skiff arrivano sotto lo scafo. I pirati cercano un punto vulnerabile, meno protetto. È lì che lanciano le scale o i ganci. Bastano due o tre uomini che riescono a salire. Non serve altro. Una volta sul ponte, l'esito è quasi deciso. Si muovono rapidamente verso i punti chiave: il ponte di comando e la sala macchine. Lì si gioca tutto.

Se prendono il controllo della navigazione, la nave è loro.

Questo scenario, per quanto drammatico, oggi è molto meno frequente di quanto fosse vent'anni fa. Non è un caso: è il risultato di una risposta coordinata, determinata e internazionale che ha cambiato le regole del gioco in mare aperto.

A partire dal 2008, l'Unione Europea ha avviato l'Operazione Eunavfor Atalanta, con l'obiettivo di prevenire e contrastare gli atti di pirateria, garantire la sicurezza del traffico mercantile e assicurare il trasporto degli aiuti umanitari del World Food Programme ONU.

La Marina Militare partecipa attivamente a questa Operazione, contribuendo con personale altamente specializzato, unità navali, e attività di coordinamento internazionale. Attualmente è impegnata in area la fregata Emilio Bianchi, a conferma del costante impegno nazionale nella sicurezza marittima.

Le operazioni più recenti dimostrano l'efficacia di questo dispositivo. Nell'aprile 2026, nell'ambito dell'Operazione Eunavfor Atalanta, è stato liberato il dhow iraniano Al Waseemi, sequestrato da un gruppo di pirati somali a circa 400 miglia nautiche a est di Mogadiscio. L'azione coordinata di assetti navali e aerei ha esercitato una pressione tale da costringere i pirati ad abbandonare l'imbarcazione, consentendo la messa in sicurezza dell'equipaggio e l'avvio delle procedure per il perseguimento dei responsabili.

Ad oggi, grazie all'Operazione Eunavfor Atalanta, sono 117 i pirati trasferiti alle autorità competenti, a dimostrazione dell'efficacia della cooperazione internazionale e delle attività di controllo e vigilanza marittima.

Grazie a questa cooperazione internazionale oggi è possibile definire la pirateria ridotta circa al 90%. Ma è un pericolo che va contenuto e monitorato costantemente.