Benché per gli Stati Uniti l'Alleanza Atlantica rimanga l'architrave della sicurezza e della pace europea, è evidente che gli Americani si stanno, in un certo qual modo, allontanando dall'Europa e strategicamente dal quadrante del Medio Oriente. Proprio per questo chiedono alla NATO di assumersi ulteriori oneri militari e finanziari per la Difesa che oggi, però, diversi Paesi aderenti all'Organizzazione sono riluttanti ad assumersi. Se, negli ultimi anni, quasi tutti i Membri dell'Alleanza hanno incrementato i rispettivi budget (secondo le più recenti statistiche la spesa militare dei Paesi membri europei e del Canada è aumentata, in questi ultimi anni, in valore medio: dell'1,8% nel 2015, del 3,3% nel 2016, del 4,3% nel 2017), resta tuttavia difficile da raggiungere per molti Paesi membri l'obiettivo, fissato per il 2024, del 2% del PIL. Nel 2018, l'Italia ha speso l'1,15% del PIL, la Francia l'1,81%, la Germania l'1,24%, tre Paesi europei hanno speso meno dell'1,0%, la Spagna, il Belgio e il Lussemburgo. Il traguardo del 2%, oltre agli Stati Uniti (3,5%), è stato raggiunto nel 2018 solo da cinque Paesi (Grecia, Regno Unito, Estonia, Romania e Polonia).
Non si tratta solo di una questione meramente economica, ma soprattutto politica. Il prossimo 4 aprile 2019, il Trattato di Washington compirà 70 anni, un'alleanza tra nazioni «amiche», prima politica che militare, ovvero basata su valori e ideali fondamentali condivisi quali: la democrazia e la libertà. Proprio per questo, per un futuro credibile della NATO, come peraltro rimarcato anche in recenti seminari, come quello svoltosi presso la Camera dei Deputati nel giugno u.s.: «NATO versus the new global threats», occorre recuperare l'unità politica dell'Alleanza che si traduce in una maggiore capacità di proiettare stabilità insieme all'adattamento, anche a livello militare, alle nuove sfide emergenti. Ciò deve avvenire contemporaneamente sia sul fianco orientale dell'Alleanza sia sulla sponda meridionale della NATO. A tal proposito è risultata altrettanto manifesta la necessità, dopo la rassicurazione dei Paesi situati sul fianco orientale dell'Alleanza dalla minaccia russa, di come anche i membri della sponda meridionale della NATO debbano essere supportati e rassicurati rispetto alle varie minacce in atto: immigrazione di massa, terrorismo, instabilità regionale, traffico di armi ed esseri umani.
E non possiamo non evidenziare come il fianco Sud della NATO, più pericoloso per noi perché ci riguarda da vicino, sia contraddistinto da scenari sempre più insicuri e densi di sfide sempre più complesse. Il Mediterraneo, mare strategico, è un campo aperto dove le vecchie coalizioni sono divenute più evanescenti quando non finite e la ricostruzione delle alleanze, spesso imprevedibili, è in corso. Su esso riverberano poi gli effetti di accadimenti le cui cause vanno ben oltre i suoi confini e nuove minacce sono emerse all'interno di un sistema multipolare, sempre più caotico. A partire dalla metà degli anni Novanta, se puntavamo lo sguardo sul fronte Sud della NATO, l'arco, cosiddetto di crisi, si estendeva dalla regione del Maghreb fino a lambire il Sudovest dell'Asia. Con ciò si intendeva una regione geostrategica dove, di volta in volta, sorgevano delle crisi in un contesto sostanzialmente abbastanza stabile a livello statuale e dove gli interventi, diretti o indiretti, potevano avvenire in maniera sporadica, limitata e circostanziata. Tutto è iniziato a cambiare a partire dai conflitti in Afghanistan e in Iraq e a seguire dalle rivoluzioni arabe, la guerra in Siria e infine in Libia. Questo arco di crisi è diventato un arco generalizzato di caos, di instabilità permanente.
Un coacervo intrecciato di precarietà dovuto a fenomeni quali: terrorismo, criminalità organizzata, traffici illeciti e di armi, foreign fighters «dormienti» o immediatamente pericolosi, rivolte e migrazioni incontrollate. L'instabilità si trasmette poi ancora più a Sud, dagli Stati della cintura del Sahel (Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad, Sudan), che si riverberano direttamente sui paesi mediterranei. Si trasmette dai fenomeni migratori di massa lontani, come dalla Nigeria, il più popoloso Stato del continente africano con oltre 195.000.000 di abitanti, ma anche da Est, dal continente asiatico come dal Bangladesh. Si trasmette sul Mediterraneo dalle crisi in Crimea e in Ucraina, e da tutto il Medio Oriente fino allo Yemen e alla Somalia. I problemi non mancano in sede NATO mentre risulta evidente la necessità di un approccio più globale e meno legato a una schematizzazione direzionale di provenienza: Est-Sud.
L'Italia, gioca naturalmente un ruolo fondamentale di stabilizzazione regionale (e non solo), sia nella sua qualità di socio fondatore della NATO sia quale Paese europeo. In questo delicato, nevralgico, articolato e complesso scacchiere geopolitico, risulta anche logica la necessità di operare con maggiore autonomia e responsabilità. Se il Mediterraneo è un bacino strategico di interesse mondiale e vitale per il Paese, dal Mare Nostrum può ricominciare il ruolo geopolitico della nostra nazione. Esercitare cioè, una politica nazionale, una talassopolitica, dove la chiave di volta risiede nell'operare sempre più come Sistema Paese, ponendo in campo la migliore cooperazione interforze, la migliore sinergia sul piano delle cooperazioni inter-istituzionali e delle collaborazioni inter-agenzia. Su uno sfondo strategico così complesso come il Mediterraneo, risulta palese come il connotato marittimo ne permei lo scenario complessivo e come, attraverso lo strumento navale, si possa concretamente operare. In questo quadro, pienamente in aderenza allo spirito del NATO's Framework Nations Concept — uno dei paradigmi dell'Alleanza a sostegno della Multinational Defence cooperation —, trovano evidenza tutte quelle misure, nazionali e multinazionali, all'interno della NATO e dell'UE, poste in atto dall'Italia e dalla Marina Militare per fronteggiare le minacce poste in essere dalla situazione di instabilità e incertezza e per la sicurezza e libertà del mare, che caratterizzano o influenzano da vicino o da lontano l'area strategica del Mediterraneo: l'Operazione Mare Sicuro che prevede il dispiegamento di un dispositivo aeronavale per garantire attività di presenza, sorveglianza e sicurezza marittima nel Mediterraneo centrale e nello Stretto di Sicilia; l'Operazione EUNAVFOR Atalanta, per il contrasto alla pirateria nel Corno d'Africa (Golfo di Aden e lungo il bacino somalo); l'Operazione Sea Guardian e EUNAVFOR MED/Sophia, quale risposta della NATO e dell'Unione Europea alla mutata situazione nel Mediterraneo; la «5+5 Defence Initiative», forum di cooperazione incentrato sulle prospettive di difesa e sicurezza del Dialogo 5+5, che raggruppa i dieci Paesi della sponda sud-occidentale dell'Unione europea (Italia, Francia, Malta, Portogallo, Spagna) e della costa nordafricana (Algeria, Libia, Mauritania, Marocco, Tunisia); le attività di Maritime Capacity Building e Confidence building, attività strategiche nei confronti delle Marine dei Paesi rivieraschi volte a far loro acquisire la capacità di garantire da soli la propria sicurezza e la sicurezza dei mari prospicienti le loro coste. Tutti esempi dai quali risulta evidente come lo strumento navale abbia connaturate in sé quelle capacità e specificità d'azione e d'impiego a sostegno di una politica del mare che promuova pace, stabilità, sicurezza e sviluppo economico, regionale e globale.
Per concludere, in risposta a tutti coloro i quali si dovessero domandare se «il gioco vale la candela», in termini economici, in termini di ore di moto delle unità navali, di risorse di mezzi e di impiego di uomini, possiamo rispondere con serena certezza che oggi, più che mai, risulta vitale esserci e vigilare, operare in tutte le operazioni sopra elencate a prescindere che esse siano inserite in un contesto NATO, UE, multinazionale o nazionale. È un fatto di geopolitica che travalica i nostri confini e talvolta pure le Alleanze; per il nostro Paese è e resta un compito e insieme un obiettivo vitale per la sicurezza regionale, per una maggiore stabilizzazione dell'area e per tutelare gli interessi nazionali, partendo proprio da un approccio marittimo intrinsecamente abilitante e spesso determinante per la risoluzione di situazioni di crisi.
Se non lo facciamo noi, chi altro!?
Editorial January 2019
Although for the United States the Atlantic Alliance is still the cornerstone of the European peace and security, it is evident the US administration is distancing itself from Europe and strategically from the Middle East area. For this reason, it asks NATO allies to raise military spending — even if today several countries are reluctant to assume larger defence burdens. During the last years, almost all members of the Alliance have increased their respective defence budgets — according to recent statistics, defence spending among European member countries and Canada has increased on average by 1.8% in 2015, 3.3% in 2016, 4.3% in 2017 — yet the agreed goal of 2% of GDP by 2024 is difficult to reach for many allies. In 2018, Italy spent 1.15% of its GDP, France 1.81%, Germany 1.24%, and three European countries – Spain, Belgium and Luxembourg - spent less than 1.0%. Besides the United States, only five countries (Greece, United Kingdom, Estonia, Romania and Poland) met the 2% goal in 2018.
It is a political problem, not just an economic one. Next 4 April 2019 will be the 70th anniversary of the Washington Treaty, an alliance among “friend" nations (rather political than military), based on shared fundamental values such as democracy and freedom. For this reason, in order to ensure a credible future for NATO — as pointed out in recent workshops, including that held last June at the Chamber of Deputies, «NATO versus the new global threats» - the political unity of the Alliance should be preserved, in order to better project stability while adjusting (even from a military point of view) to face new emerging threats. This must simultaneously occur on both the Eastern and the Southern Flanks of NATO. In this connection, besides commitment to reassure Eastern members against the Russian threat, Allies from the Southern Flank must be reassured and supported as well against a number of threats including mass migration, terrorism, regional instability, trafficking in weapons and human beings.
It must be pointed out that NATO's Southern Flank — more dangerous for us because it concerns us directly — is characterised by increasingly insecure and seriously challenging scenarios. The Mediterranean — a strategic sea — is an open field where the old coalitions have become more and more evanescent or have broken up, and new - and often unexpected - alliances are being re-shaped. This area also feels the reverberations of events originating far beyond its borders, and new threats emerge within a multipolar and increasingly chaotic system. Since the mid-90s, with regard to NATO's Southern Flank, the so-called Arc of Crisis stretched from the Maghreb region to Southwest Asia. This concept referred to a geostrategic region where occasional crises emerged in a context characterised by relative political stability, where limited interventions — either direct or indirect — could occur sporadically and on a case-by-case basis. Everything has changed with the conflicts in Afghanistan and Iraq, and following the Arab revolutions and the wars in Syria and Libya. This Arc of Crisis has become an area of widespread chaos and permanent instability.
A hotchpotch of uncertainties originating from a variety of phenomena including terrorism, organised crime, illegal trafficking, foreign fighters – either «sleeper» or active — uprisings and uncontrolled migration. Instability also has an impact southwards on the States in the Sahel belt (Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger, Chad, Sudan), with direct repercussions on the Mediterranean countries. It spreads through mass migration from distant areas, for instance from Nigeria — the most populous country in Africa, with over 195 million inhabitants — but also from Asia (for example, Bangladesh). It is a reverberation of the crises in Crimea, Ukraine, and the Middle East in general including Yemen and Somalia. Among NATO's problems, the need to adopt a more global approach, less related to schematized East and South areas of origin is urgently felt.
Italy naturally plays a key stabilizing role in the region (but not only), both as NATO founding member and European country. In this delicate, crucial and complex geopolitical area, it is necessary to operate with greater autonomy and responsibility. The Mediterranean — crucial strategic area of global interest — is vital for our country, which indeed can recover its geopolitical role from the Mare Nostrum. This would mean exercising a national policy — thalassopolitics — based more and more on our national country system, implementing enhanced joint cooperation and synergies in terms of inter-institutional and inter-agency cooperation. Against such a complex strategic backdrop as the Mediterranean, the maritime aspect stands out as the main feature of the whole scenario and the naval instrument naturally becomes a key asset for the conduct of operations. In this framework, fully in line with the spirit of NATO's Framework Nations Concept — one of the Alliance's driving paradigms of Multinational Defence cooperation — Italy and the Italian Navy implement a multiplicity of national and multinational initiatives, within NATO and EU, in order to face threats posed by the situation of instability and uncertainty, which have a more or less direct impact on the strategic Mediterranean area, in terms of security and freedom of navigation. Operation Mare Sicuro consists in the deployment of an air/naval task force to ensure maritime presence, surveillance and safety in the central Mediterranean and the Strait of Sicily. Operation EUNAVFOR Atalanta is a counter-piracy operation conducted in the Horn of Africa (Gulf of Aden and off the coast of Somalia). Operation Sea Guardian and EUNAVFOR MED/Sophia have been launched as NATO and EU responses to the changing situation in the Mediterranean. The «5+5 Defence Initiative» is a cooperation forum revolving on the defence and security objectives of the 5+5 Dialogue among five countries of the Southwestern shore of the European Union (Italy, France, Malta, Portugal, Spain) and five North African nations (Algeria, Libya, Mauritania, Morocco, Tunisia). Maritime Capacity Building and Confidence Building are strategic activities conducted to provide the Navies of the coastal nations with the necessary means and capabilities to enhance their overall naval and maritime security. All these examples clearly show how the naval instrument has intrinsic operational capabilities and peculiarities required to support a naval and maritime policy promoting peace, stability, security and economic development, bot at regional and global level.
In conclusion, replying to those who may still wonder if “the game is worth the candle" either economically or in terms of hours of navigation of naval units, deployed assets and personnel, we can maintain with certainty that today, more than ever, our Navy's presence and surveillance is crucial in this area, within all the aforementioned operations, regardless of whether they are national or multinational activities (e.g. in the framework of NATO or UE). For our country, it is a fundamental task and objective, with a view to ensure regional security and stability, and to safeguard national interests, The maritime/naval approach is in itself an enabling factor, which often plays a crucial role in dealing with crisis situations.
Who else but us can do that?
Daniele Sapienza