La Diplomazia Navale nel XXI secolo è il tema di questo numero della Rivista Marittima. Si tratta di un argomento importante e quanto mai attuale, ma di non facile definizione in quanto esula da rigidi (e improbabili) schemi dottrinari. Nessuno mette, infatti, in discussione il «Secolo Blu» o, se si preferisce, il «Blue Century» che stiamo vivendo. Come ha sottolineato il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare: «la forte accentuazione della dimensione geopolitica del mare» è un dato di fatto e di enorme rilevanza. Per cui l’asse portante della globalizzazione è la marcata connotazione marittima del nostro tempo e, specularmente, assistiamo, non a caso, proprio a un diffuso rafforzamento dello strumento navale e subacqueo di tutte le Marine mondiali. La libertà di transito e la sicurezza delle SLOCs, ovvero delle Sea Line of Communications, sono la posta in gioco. La competizione geopolitica (e, pertanto, geoeconomica) tra il Pacifico e l’Atlantico (cui si sta aggiungendo un Artico sempre meno ingombro di ghiacci) ha a sua volta confermato, una volta di più, la centralità del Mediterraneo «Allargato». Dato questo quadro, qual è, pertanto, il significato della Diplomazia Navale?
La strategia navale cosiddetta «classica» individua, all’interno dell’esercizio del «Potere Marittimo», il ruolo diplomatico esercitato dalle Marine attraverso due precise attività: il «Mostrare Bandiera» e/o la Diplomazia delle Cannoniere («Gunboat Diplomacy»). Entrambi sono compiti propri delle Marine, che si aggiungono a quelli della difesa del territorio e delle rispettive risorse nazionali (ruolo giuridico) deputati a tutti gli strumenti navali e ai compiti di «Sea Control», di «Power Projection Ashore» e di «Sea Denial» (ruolo prettamente militare).
Lo scopo delle pagine che seguono, opera di esperti e autorevoli autori, è quello di fornire un giro d’orizzonte della Diplomazia Navale del XXI secolo calato nella realtà odierna. In questa sede è peraltro utile ricordare per sommi capi quella che è la lunga rotta della Diplomazia Navale. «Mostrare Bandiera» è sempre stato considerato uno dei compiti permanenti delle navi della Marina Militare. Già nel 1865, a meno di 4 anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, la pirocorvetta Magenta veniva inviata come nave stazionaria al Rio della Plata, in Sud America, per poi compiere, al comando del Capitano di Vascello (nonché Ministro plenipotenziario italiano) Vittorio Arminjon, il primo giro del mondo di una Regia Nave. La missione era chiara: promuovere e sostenere l’immagine e la realtà del nuovo Stato unitario monarchico, stabilire relazioni diplomatiche e commerciali con i grandi imperi dell’Estremo Oriente e compiere rilevazioni scientifiche e naturalistiche. Da allora, la storia dei viaggi di circumnavigazione del globo a opera delle navi da guerra italiane si è rinnovata per ben 25 volte e sarebbe continuata proprio in questo mese di marzo con nave Vespucci, giustamente definita una «Floating Embassy», che avrebbe dovuto intraprendere il ventiseiesimo giro del mondo all’insegna del nostro tricolore. Come noto, lo stato di emergenza «COVID-19» ha imposto una, speriamo temporanea, sospensione di tale programma. Quando l’attuale situazione d’emergenza sanitaria avrà termine e il Paese si risolleverà, nave Vespucci rappresenterà la prima avanguardia della rinascita per contribuire a rilanciare l’immagine nazionale portando nel mondo i nostri valori e l’eccellenza italiana.
Tornando alla Diplomazia Navale, il Diritto Internazionale Marittimo riconosce alle navi da guerra il «privilegio» di «Mostrare Bandiera» dovunque nel mondo in qualità di parte integrante del territorio della nazione di appartenenza e a testimonianza della volontà dello Stato. Una nave da guerra rappresenta, inoltre, da sempre, la più avanzata espressione della capacità tecnologica, industriale ed economica del popolo che l’ha progettata e realizzata e il suo equipaggio è lo specchio fedele della cultura e della civiltà del Paese. «Mostrare Bandiera» è, quindi, sinonimo di una precisa volontà politica e strategica che, nello specifico caso di nave Vespucci nel corso della prevista campagna navale intorno al mondo intitolata — non a caso — «L’Italia a vele spiegate», intendeva significare volontà di amicizia e collaborazione, desiderio di reciproca conoscenza e di scambi nel nome del nostro «Sistema Paese» e della cultura italiana.
Pertanto «Mostrare Bandiera» in tempo di pace, quale attività essenziale della Diplomazia Navale, abbraccia una vasta casistica di impiego delle unità da guerra e spazia dalla possibilità di ospitare, quale parte del territorio dello Stato, incontri diplomatici o, ancora, di agire, con la necessaria discrezione, da «piattaforma neutrale» in caso di contrasti tra Paesi terzi. Inoltre, nel caso di unità di nuova costruzione, il «Mostrare Bandiera» all’estero rappresenta un’eccellente occasione per promuovere i migliori prodotti dell’industria nazionale. Molteplici sono state, invero, le visite che le nuovissime unità di linea della Marina Militare hanno effettuato nel mondo a supporto del «Made in Italy». «Mostrare Bandiera» è un atto estremamente significativo anche nel malaugurato caso di calamità. Per esempio, l’invio della portaerei Cavour ad Haiti dopo il disastroso terremoto che colpì quell’isola, nel 2010, fu una testimonianza inequivocabile della solidarietà internazionale e quindi della civiltà del nostro popolo. Possiamo anche citare le operazioni di polizia marittima e di repressione della pirateria, esse pure segno tangibile di una precisa volontà politica di libertà nostra e altrui su tutti i mari. Tali operazioni hanno nomi ormai noti: Eunavfor-Med Operazione SOPHIA; Eunavfor-Somalia Operazione Atalanta; Operation NATO Sea Guardian e così via senza tralasciare l’attività delle navi «stazionarie» come nello Stretto di Tiran (Coastal Patrol Unit-CPU dell’MFO Multinational Force Observer) e più recentemente le attività di «Capacity Building» a favore della Guardia Costiera libica con la presenza di una nostra unità nel porto di Tripoli per svolgere attività formativa e addestrativa.
Infine, non possiamo non ricordare come l’Italia, dopo un lungo periodo di assenza, è tornata dal 2017 a «Mostrare Bandiera» in Artico conducendo con nave Alliance campagne navali di ricerca scientifica per studiare i parametri geofisici marini e climatici nell’ambito dell’Operazione High North 2017-2019 (attività coordinata e condotta dall’Istituto Idrografico della Marina, con la partecipazione dei diversi Enti di ricerca nazionale e interna).
Quanto alla «Gunboat Diplomacy», essa è definita dal diplomatico britannico, Sir James Cable, in un proprio volume dallo stesso titolo come: «L’impiego o la minaccia d’impiego di forze navali per assicurarsi un vantaggio politico o negarlo all’avversario senza provocare un vero e proprio conflitto». Oggi è di moda liquidare con l’etichetta di imperialista una simile politica, tipica del XIX secolo. Ma è un fatto che parecchie guerre, locali o generali, furono evitate grazie a un intelligente impiego, a questo titolo, delle navi da guerra. Una conferma in più dei limiti del «politicamente corretto», tanto più che questa medesima esigenza, naturalmente rivista e contestualizzata in relazione ai moderni scenari, sottintende quel concetto di «deterrenza convenzionale» assicurato dalle navi da guerra che ha fortemente contribuito a 75 anni di pace intercontinentale. Per concludere, la deterrenza convenzionale assicurata delle navi da guerra è semplicemente uno strumento prezioso, efficiente e sensibile nelle mani dei Governi. Volendo sintetizzare e quindi concludere queste righe di «premessa», si potrà certamente convenire nell’asserire che la Diplomazia Navale sia manifestazione visibile e sensibile del Potere Marittimo ma anche della geopolitica degli Stati.
Editorial March 2020
Naval Diplomacy in the 21st century is the main theme of this issue of Rivista Marittima. It is an important and highly topical subject, which is yet difficult to define within a rigid (and unlikely) doctrinal framework. Our century is unquestionably the ‘Blue Century’. As the Chief of the Italian Navy has highlighted: "the growing geopolitical dimension of the sea" is a given of paramount importance. Globalization hinges in fact on the marked maritime connotation of our time. On the other hand, we see the coincident widespread strengthening of naval (and submarine) forces of all the world navies. Freedom of navigation and SLOC security are at stake. The geopolitical and geoeconomic competition between Pacific and Atlantic (plus the Arctic, where sea ice is constantly shrinking) has once more confirmed the central role of the Wider Mediterranean. So, against this background, what is the meaning of Naval Diplomacy?
The so-called ’classical’ naval strategy acknowledges the diplomatic role of navies – in the framework of the exercise of Sea Power – including the two aspects of ‘showing the flag’ and/or ‘gunboat diplomacy’. Both activities add to the permanent tasks of the navies, notably territorial defence and safeguard of national institutions (as established by the law), along with the functions of Sea Control, Power Projection Ashore and Sea Denial (purely military role).
In the following pages, experts and eminent authors provide an overview of Naval Diplomacy in the 21st century, in today’s reality. In this context, it is worth briefly retracing the long route of Naval Diplomacy. ‘Showing the flag’ has always been considered as one of the main permanent tasks of the Italian Navy ships. As early as in 1865, just four years after the proclamation of the Kingdom of Italy, the steam-powered corvette Magenta was deployed to Rio de la Plata (South America) as stationary ship. The Magenta was then the first vessel of the Regia Marina to make a journey around the world, under the command of Captain (and Italian minister plenipotentiary) Vittorio Arminjon. Her mission was clear: promoting and supporting the image and reality of the newly- established unitary and monarchic State, building diplomatic and trade relations with the great empires of the Far East, and conducting scientific research and naturalistic observation. Since then, the Italian naval ships have made 25 circumnavigations of the globe, and this tradition was meant to continue this March, with the Amerigo Vespucci – rigthly defined a ‘floating embassy’ – that was scheduled to make the Italian Navy’s 26th journey around the world flying our tricolour flag. As everybody knows, the Coronavirus emergency has caused the – we hope temporary - postponement of this programme. Once this emergency is over, our country will recover, and the Amerigo Vespucci will be at the very forefront of national regeneration, ready to help to relaunch the image of our nation, promoting our values and Italian excellence in the world.
Getting back to Naval Diplomacy, the international maritime law acknowledges warships’ right to ‘show the flag’ anywhere in the world, as integral part of their national territory, and proof of a tacit consent on the part of their States. Moreover, a warship has always been the best expression of state-of-the-art technological, industrial and economic capabilities of the nation that has designed and constructed it, and its crew perfectly reflects national culture and civilization. ‘Showing the flag’ is therefore synonymous with a definite political and strategic will that, in the specific case of the Amerigo Vespucci’s planned naval campaign around the world (not by chance named ‘Italy with sails unfurled’), signified friendship and cooperation, desire for mutual knowledge and exchange, always embodying the Italian culture and national country system.
‘Showing the flag’ during peacetime, as one of the core activities of Naval Diplomacy, spans therefore a wide range of deployment opportunities for warships, for example hosting – as part of the State territory – diplomatic meetings or acting as ‘neutral platform’, with the necessary tact, in case of disputes between third countries. Furthermore, in case of new constructions, ‘showing the flag’ abroad is an excellent opportunity to promote the best products of national industry. Indeed, the brand-new units of the Italian Navy have made a great number of visits throughout the world in support of the Italian ‘country system’. ‘Showing the flag’ is a highly significant action even on occasion of unfortunate natural disasters. Just to make an example, the deployment of aircraft carrier Cavour to Haiti - when a devastating earthquake struck the island in 2010 - was an unequivocal evidence of international solidarity and our people’s civilization. Not to mention maritime law enforcement and counter-piracy operations, other tangible expressions of our commitment to protecting our and other countries’ freedom across the seas. The names of these operations are well-known: Eunavfor-Med Operation SOPHIA; Eunavfor-Somalia Operation Atalanta; Operation NATO Sea Guardian, and so on, in addition to the activities conducted by the so-called stationary ships, for example in the Strait of Tiran (Coastal Patrol Unit-CPU within the MFO Multinational Force Observer), and, more recently, the capacity building activities performed for the Libyan Coast Guard, along with training provided by a ship of the Italian Navy moored in the port of Tripoli.
We must also remember that, after a long absence, Italy has begun to ‘show the flag’ again in the Arctic, when in 2017 NRV Alliance started the marine geophysics campaign "High North 2017-2019" (activity conducted and coordinated by the Italian Navy Hydrographic Institute, with the participation of several national research institutes).
As for ‘Gunboat Diplomacy’, Sir James Cable, a British diplomat, defines it (in a volume bearing the same title) as: ‘the use or threat of naval forces, in order to secure political advantage or deny it to the enemy without causing a real conflict’. Today, such a policy – which was typically practiced during the 19th century – is often dismissed as ‘imperialist’, but in fact many conflicts, either local or global, were prevented thanks to the wise use of warships for this purpose. This once more confirms the limitations of ‘political correctness’, all the more so as this need – obviously revised and contextualized against current scenarios – hints at the concept of ‘conventional deterrence’ ensured by warships that has strongly contributed to 75 years of peace for the international community. In conclusion, the conventional deterrence provided by warships is just a valuable, effective and sensitive tool in the hands of state governments. Briefly, we can affirm, as a conclusion of this introduction, that Naval Diplomacy is both a visible and tangible expression of Sea Power and of the geopolitics of States.
Daniele Sapienza