L’Italia è un paese tecnologicamente e industrialmente avanzato, dotato di un’economia rilevante che si riflette in termini di rapporti politici, commerciali e culturali con tutti i continenti. Posta dalla natura nel baricentro del Mediterraneo (o forse diventata com’è proprio perché si è sviluppata ed evoluta nel mare che è stato culla della civiltà occidentale), l’Italia è un pilastro riconosciuto della NATO e dell’Unione europea. Oggi si torna a parlare con insistenza di Difesa europea, pur sapendo tutti benissimo che un simile passo, di per sé storicamente decisivo, è tutt’altro che facile. Proprio per questo, la cosiddetta «Diplomazia Navale» europea riveste un aspetto fondamentale, qualsiasi sia l’evoluzione delle cose. La stessa, pur fondamentale adozione delle nuove e indispensabili tecnologie necessarie per garantire la sicurezza marittima su scala internazionale, non può fare a meno della Diplomazia Navale. Quest’ultima, volendo ricorrere all’inglese, è comunemente definita come: «a wide range of peace time naval activities whose purpose is to influence the behaviour of another nation» (1). Data questa definizione, è evidente che l’European Union Maritime Security Strategy(EUMSS) Action Plan del 26 giugno 2018 non è un mero esercizio retorico, ma una precisa realtà estesa alle seguenti 5 macro aeree d’azione: cooperazione internazionale; sorveglianza marittima; sviluppo di capacità, ricerca e innovazione; gestione del rischio; educazione e addestramento (2).
In altre parole, si tratta di un’iniziativa diplomatica a largo spettro il cui obiettivo principale è quello di contribuire ad assicurare la pace, la sicurezza e la stabilità internazionali.
Poste queste premesse, cosa richiede, esattamente, l’esercizio della Diplomazia Navale nel XXI secolo? Tanto per cominciare è necessario che ciascuna nazione disponga di un moderno e adeguato strumento marittimo che — per un’azione credibile e di ampia portata — dovrà essere bilanciato in tutte le sue componenti: aeronavale, anfibia, subacquea, di forze speciali e di contromisure mine. Tali componenti dovranno inoltre essere regolarmente addestrate e dovrà essere anche curata la formazione velica, avendo a riferimento la plurisecolare esperienza maturata dalla marineria tradizionale. La Marina Militare italiana punta a disporre di uno strumento aeronavale bilanciato, di dimensioni adeguate rispetto ai crescenti impegni derivanti dai mutati scenari internazionali. Particolare rilevanza rivestono, in questo contesto, il Task Group portaerei incentrato su nave Cavour e il Task Group anfibio su nave Trieste. La componente subacquea è a sua volta basata, in termini moderni, sui sottomarini del tipo «U212A». Al loro fianco le componenti specialistiche: forze speciali, forze di contromisure mine, unità navali da pattugliamento, la rete radar costiera, servizio idrografico e, non ultime, navi a vela. Lo strumento marittimo deve integrarsi, naturalmente, nel più generale quadro militare interforze nazionale, e deve potersi dispiegare con indispensabile prontezza operativa e persistenza nel tempo, in maniera agile ed efficace, ovunque siano presenti o minacciati i legittimi interessi nazionali. Insomma, deve esprimere idonee capacità operative per assicurare, senza preavviso, un’appropriata ed efficace deterrenza convenzionale. Va da sé che l’acquisizione di una grande capacità, come una portaerei, una nave anfibia, un sottomarino, oppure un velivolo da combattimento come l’F-35, sia, inevitabilmente, un atto politico che, come tale, si basa su una maggioranza concorde in termini di propositi legislativi ed esecutivi, oltre che finanziari, militari, tecnici e industriali. Esso assume, poi, una precisa valenza internazionale. Cessati ormai da un pezzo i confortanti equilibri della Guerra Fredda, il sorgere (o risorgere) delle singole realtà nazionali e regionali, tutte tra loro di pari dignità e tutte volte ad affermare i propri interessi, ha moltiplicato a dismisura le combinazioni e i problemi in vista di un equilibrio il cui baricentro resta e rimane, per noi come per tutti, la tutela del proprio lavoro, del proprio risparmio e del proprio futuro.
E tutto questo avviene in primo luogo sul mare e dal mare. Come ha sottolineato il capo di Stato Maggiore della Marina Militare: «Le nostre Marine sono chiamate, infatti, a svolgere un compito, se possibile, ancora più decisivo in vista della ripresa economica mondiale in quanto tutto, e sottolineo tutto, passa dal mare» (
3). Non è quindi un caso che si stia assistendo, sotto tutti i mari del mondo, a un diffuso rafforzamento delle componenti subacquee, classica «scorciatoia» delle Marine minori di paesi ambiziosi. Spetta, per contro, alle grandi Marine (tra le quali — ci sia concesso — viene da sempre annoverata, nel resto del mondo, la nostra) gestire il proprio ben più equilibrato «Tridente» navale, aereo e anfibio, vero e proprio asse portante dell’equilibrio e della pace globale. La posta in gioco è presto detta: libertà di transito e sicurezza delle SLOC, ovvero le Sea Lines of Communications e i cosiddetti passaggi obbligati (choke points). È un tema che è già stato (inevitabilmente) affrontato su queste pagine (4), eterno come è il mare. In questo classico quadro strategico, l’esercizio del Potere Marittimo non disdegna, anzi esalta i compiti diplomatici esercitati dalle Marine. La storia individua, anzi, in questo senso due precise attività: il «mostrare bandiera» e la cosiddetta «diplomazia delle cannoniere» (Gunboat Diplomacy). Sono missioni proprie ed esclusive delle Marine militari: esse si aggiungono, in linea avanzata, a quella che è la difesa del territorio, a sua volta associata al «Sea Control» e la «Power Projection Ashore» o, alla peggio, col «Sea Denial», la guerriglia navale in potenza o in atto delle realtà minori (5). Sulla vecchia Gun Boat Diplomacy c’è poco da dire. Fudefinita dallo storico Sir James Cable (6): «L’impiego o la minaccia d’impiego di Forze navali per assicurarsi un vantaggio politico o negarlo all’avversario senza provocare un vero e proprio conflitto». Fu il frutto di un’epoca passata, quando il divario tra le potenze navali europee (in pratica la sola, per quasi un secolo, superpotenza britannica) e il resto del pianeta era tale da permettere di ottenere risultati cospicui con pochi e limitati mezzi. Diverso e ben più articolato il caso, per esempio, del confronto verificatosi all’epoca della crisi dei missili di Cuba, quando il blocco navale statunitense costrinse l’Unione Sovietica a scendere a un compromesso non in seguito all’invio di alcuni cacciatorpediniere residuati di guerra intorno a quell’isola, ma perché dietro loro c’era, ben evidente, la potenza aerea, sottomarina e di superficie dell’US Navy. Non si tratta di far tornare di moda la vecchia Gunboat Diplomacy bensì declinarla e attagliarla in chiave moderna ai nuovi scenari internazionali. Essa va, infatti, inclusa nel contesto, ben più ampio, sottile e discreto, della Diplomazia Navale (7). Si incomincia, pertanto, con il «mostrar bandiera» avendo immediatamente dietro la linea dell’orizzonte (o sotto la superficie del mare) la necessaria e indispensabile «deterrenza convenzionale». Il tutto alla luce di un chiaro e severo obiettivo strategico (ovvero diplomatico, economico e politico) identificato dai poteri dello Stato. Non si tratta di mostrare cannoni o missili, ma di dare un’immagine quanto più possibile aggiornata della nazione in termini di legittimi interessi da tutelare, al pari dell’espressione della storia e della cultura sottostanti. Una carta d’identità ben precisa. In questo modo la Diplomazia Navale copre l’intero spettro dei suoi pressoché infiniti campi d’azione favorendo la reciproca comprensione e prevenendo le crisi, salvo dover intervenire, se del caso, rapidamente e a ragion veduta (8). Anche il Sea Power Symposiumdi Venezia, evoluto in chiave trans-regionale, è parte della Diplomazia Navale (9), in quanto assicura le correlate attività di confronto, conoscenza, discussione e scambio, tutte tra loro fondamentali per «prevenire» e «influenzare» (10). Questo è anche il senso del «mostrar bandiera». Possiamo quindi dire che la diplomazia navale, sviluppata anche nel quadro delle Alleanze ovvero dei simposi internazionali, è espressione di multilateralismo e quindi di modernità. Una modernità che non prescinde dalle tradizioni e dallo storico modo di fare diplomazia, sul mare e dal mare. Ne è validissimo esempio l’efficacia che ancora esprime nave Vespucci che 90 anni fa, il 15 ottobre 1931, ricevette a Genova la bandiera di combattimento. Non un gesto banale, né un atto dovuto, ma la conferma, tra gli altri compiti, di una specifica missione in capo a quell’unità: assicurare anche il compito di strumento della Diplomazia Navale, in aggiunta all’addestramento e alla formazione degli allievi ufficiali dell’Accademia navale. Dopo 90 anni nel corso dei quali sono state assolte con successo — anche in guerra — tutte le missioni affidategli, il Vespucci prosegue nel segno della propria tradizione, che è poi quella della Marina tutta: ambasciatore dell’eccellenza del prodotto italiano e della sua cultura, realtà basate sul progresso e sullo scambio economico e sociale a ogni latitudine. Nel rispetto del diritto e tutelando l’ambiente marino, con la maestosità e il silenzio di quel primato, sempre ricercato sin dagli anni Trenta, delle ore di moto «alla vela». In questo numero ricordiamo questa nave, pressoché unica al mondo, attraverso gli scritti degli ultimi cinque comandanti di quest’unità: una testimonianza diretta, intrisa di salmastro.

Daniele Sapienza

(1) Ambasciatore Paolo Casardi, intervento al Sea Future, La Spezia 28 settembre 2021.

(2) https://ec.europa.eu/oceans-and-fisheries/ocean/blue-economy/other-sectors/maritime-security-strategy_ it, 14/10/2021.

(3) Atti del XII Regional Seapower Symposium, p. 2 - introduzione del Capo di Stato Maggiore della Marina Militare.

(4) Rivista Marittima marzo 2020: editoriale p. 4.

(5) In Italia, l’autorità politico-militare assegna alle Forze armate 4 missioni. Primo: difesa dello Stato (integrità dello spazio territoriale, difesa degli interessi vitali, delle vie di comunicazione e di accesso al Paese). Secondo: difesa degli spazi euro-atlantici ed euro-mediterranei. Terzo: contributo alla pace e alla stabilità internazionale. Quarto: concorso in caso di pubbliche calamità.

(6) Sir James Cable, Gunboat Diplomacy , MacMillan, Londra 1971.

(7) Ammiraglio Pier Paolo Ramoino, Rivista Marittima, marzo 2020, p. 22.

(8) Linee di Indirizzo Strategico dello Stato Maggiore Marina 2019-2034. Capire, prevenire, intervenire, rappresentano le macro-attività dove la Marina Militare dovrà esprimere, mantenere e acquisire le capacità necessarie (Supplemento alla Rivista Marittima, aprile 2019, p. 12).

(9) Ambasciatore Paolo Casardi, intervento al Sea Future, La Spezia 28 settembre 2021.

(10) Linee di Indirizzo Strategico dello Stato Maggiore Marina 2019-2034, p. 19, Supplemento alla Rivista Marittima, aprile 2019.