Come ha sostenuto autorevolmente il generale Carlo Jean, noto studioso, in una sua celebre monografia: «La Geopolitica non è una scienza. È la riflessione che precede l’azione politica» (1). Oggi, pur non esistendo una definizione univoca, possiamo ritenere la geopolitica una disciplina relativa allo studio della politica degli Stati nell’ambito delle relazioni internazionali che si appoggia, nel corso della propria elaborazione, su materie diverse quali: la geografia, l’economia, la scienza e la gestione dell’informazione, mantenendo sempre in primaria e inevitabile considerazione l’identità, i valori e le tradizioni dei popoli e delle nazioni e quindi anche le dinamiche sociali. Essa non contempla dogmi ma interessi (2) in determinati spazi. È altresì evidente come il concetto di spazio, soprattutto geografico, costituisca l’elemento fondamentale di un ragionamento o, meglio, di un processo di analisi teso a pensare l’estensione geografica in funzione dei legittimi interessi strategici. Sappiamo anche che la geostrategia è «sorella minore» della geopolitica per quanto riguarda gli aspetti militari e inerenti alla sicurezza. Parimenti, la strategia marittima è strettamente connessa al potere marittimo proponendosi lo studio dei metodi d’impiego dei suoi elementi costitutivi: flotta, basi, Marina mercantile, industria cantieristica, commercio, cultura marittima e navale. Una moderna strategia marittima e navale abbraccia così, inevitabilmente, diverse discipline e comprende, oltre agli aspetti strettamente operativi legati all’impiego delle navi da guerra, tutti gli elementi e le varie discipline legate all’economia, alla diplomazia e, più in generale, alla cultura afferente alle relazioni internazionali e alla strategia. A tal proposito, risulta particolarmente pregnante la definizione di geostrategia data dallo studioso statunitense Jakub J. Grygiel: «La geostrategia è la direzione geografica della politica estera di uno Stato. Più precisamente, la geostrategia descrive dove uno Stato concentra i suoi sforzi proiettando la potenza militare e orientando l’attività diplomatica». Possiamo aggiungere, inoltre, come il significato o l’importanza di un «dove», ovvero di uno spazio geografico inteso sia dal punto di vista geografico sia come il luogo dove vi siano le «percezioni profonde circa gli interessi nazionali e il senso dello spazio proprio di ciascun popolo e che affondano le loro radici nella sua storia e nella sua cultura e valori» (3), ha rappresentato e continui a rappresentare la sfida e l’impegno più importante e costante di ogni nazione e di ogni popolo nell’ambito delle relazioni internazionali. Tutto ciò è di inevitabile preludio di quello che concettualmente rappresenta lo «spazio geopolitico» definito Mediterraneo allargato. La definizione fu introdotta agli inizi degli anni 80 del secolo scorso dal contrammiraglio Pier Paolo Ramoino nel corso delle sue lezioni di strategia marittima, presso l’Istituto di Guerra Marittima di Livorno, poi trasferitosi a Venezia e divenuto Istituto di Studi Militari Marittimi. Tale felice espressione nasceva dal tentativo di «studiare la geopolitica con una visione marittima» (4). Nasceva così il teatro operativo marittimo del «Mediterraneo allargato», intendendo con questo: «un ambiente geografico limitato, vale a dire uno “scenario”, dove dobbiamo operare; ossia pensare “un modo di procedere”, avere quindi una “strategia”» (5). L’espressione «Mediterraneo allargato» è diventata una formula molto apprezzata e condivisa a vari livelli, pur con diverse sfumature interpretative. Il presente numero della Rivista Marittima intende fare un «punto nave» sull’argomento, allo scopo di espandere al meglio il significato di queste due parole, apparentemente semplici, ma dal senso profondo ed estremamente pratico: sia che si tratti di economia o della sicurezza della collettività, sia della stigmatizzazione delle criticità. Geograficamente il Mediterraneo allargato comprende il bacino propriamente detto, il Golfo di Guinea, la parte occidentale dell’Oceano Indiano, il Golfo di Aden, il Mar Arabico e il Golfo Persico; esso cioè si estende a ovest, in longitudine, a partire dal meridiano delle isole Canarie fino al meridiano che lambisce a est la parte orientale del mar Arabico; in latitudine si sviluppa dal parallelo sud che tocca il Mozambico, fino al parallelo settentrionale che può arrivare geograficamente a interessare l’Islanda e oltre, in ragione dell’impegno dell’Italia in Artico e a favore della NATO. Nel Mediterraneo allargato il baricentro non può che coincidere con il bacino mediterraneo stesso. Più precisamente, lo Stretto di Sicilia costituisce il pivot del Mediterraneo, definito anche come medioceano (6), e del Mediterraneo allargato, compreso tra lo scacchiere oceanico atlantico e lo scacchiere oceanico indo-pacifico. L’importanza di questo teatro operativo trascende la semplice geografia così come chiaramente evidenziato nell’editoriale del numero di Limes, «l’Italia e il mare» dell’ottobre del 2020: «L’importanza del Mediterraneo non sta tanto nelle terre che vi si affacciano, ma nella sua qualità di corridoio inaggirabile lungo la rotta più breve fra Indo-Pacifico e Atlantico, punteggiato di scali in frenetica competizione. Il Mediterraneo è Medioceano». A questo proposito possiamo ricordare come i prodromi di un allargamento del Mediterraneo si possono collocare già nel 1979, quando il governo italiano decise improvvisamente, con meno di 48 ore di preavviso, di inviare le navi della Marina Militare dell’VIII Gruppo navale nelle lontane acque del Vietnam. L’esecutivo aveva correttamente intuito che la politica dei decenni precedenti doveva mutare privilegiando una maggiore e fattiva presenza, confermatasi poi pagante negli anni a venire. Apparentemente, gli interessi italiani in quella lontana area del pianeta non giustificavano le spese da sostenere ma si trattò, come sempre accade quando si agisce sul mare e dal mare, di un ottimo investimento. Non c’è dubbio che le operazioni navali condotte in quel periodo, abbiano contribuito a rendere ancora più nota e diffusa l’immagine di un paese, il nostro, capace di produrre cultura, benessere e progresso; un paese che, sia pur povero di materie prime ha basato le sue fortune su una intelligente economia di trasformazione e su una politica commerciale che non ha mai fatto mistero di fondarsi sulla marittimità. Ed è curioso notare come proprio da quel periodo il made in Italy (dicitura introdotta dai produttori italiani agli inizi del 1980, sinonimo di elevata qualità, specializzazione ed eleganza) sempre più si è esteso a macchia d’olio, producendo benessere e progresso non solo per chi risiede nella nostra Repubblica ma, più in generale, per chiunque venga a contatto con la nostra cultura.  Gli interessi dello Stato hanno dunque trovato validi interpreti sia nella capace flotta mercantile sia nelle unità navali della Marina Militare, espressioni di una tecnologia all’avanguardia, curata da un’imprenditoria attiva e fondata su maestranze capaci, un complesso armonico in grado di garantire lo show the flag italiano nel mondo. Se è vero che la flotta mercantile deve assicurare la regolarità degli approvvigionamenti nazionali, è però altrettanto vero che solo una componente marittima efficiente può garantire la sicurezza delle Sea Lines Of Communication, per il nostro paese così vitali. La sicurezza del traffico contro qualsiasi tipo di minaccia, compreso il terrorismo o nei riguardi del fenomeno della pirateria efficacemente contrastata nel Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano o nel Golfo di Guinea, d’intesa con altre Marine interessate o, se necessario da soli è — infatti — la condizione necessaria e sufficiente di tutto quel che segue. La Marina Militare non pone limiti al concetto di Mediterraneo allargato poiché seppur inizialmente sviluppato secondo un’espressione geografica a noi familiare e dunque spazialmente limitata, concettualmente può comprendere qualunque estensione dove risulti necessaria e opportuna una concreta presenza della F.A., a presidio e salvaguardia degli interessi nazionali. Così nell’Artide dove, dopo un lungo periodo di assenza, la Marina è tornata a condurre campagne di ricerca scientifica; in particolare, il programma di ricerca denominato High North (attivo dal 2018) ha avuto e continua ad avere lo scopo di valutare i parametri geofisici marini e climatici, vitali per il pianeta, con continuità e per periodi sufficientemente lunghi, rendendoli così disponibili per la comunità internazionale. Una missione assolta senza clamori dai nostri equipaggi e dalla comunità scientifica, espressione e prova ulteriore di un impegno culturale e professionale serio e convinto di tutto il Sistema-Italia nell’ambito della lotta al riscaldamento globale. Non esistono terre o mari interdetti o irraggiungibili, occorre piuttosto maturare presto e bene una diversa e precisa consapevolezza in base alla quale la marittimità è l’unica risposta possibile alle sfide di questo secolo.

Daniele Sapienza

NOTE
(1) Carlo Jean, Geopolitica, pag. 9, Edizioni Laterza 1995.
(2) Danilo Ceccarelli Morolli, Appunti di geopolitica pag. 285, Roma 2018.
(3) Carlo Jean, Geopolitica, pag. 21, Edizioni Laterza 1995.
(4) Pier Paolo Ramoino, Fondamenti di strategia navale, pag. 41, Forum di relazioni internazionali, Roma 1999.
(5) Ibidem, pag. 42.
(6) L’Italia e il mare. Limes 10/2020 (Rivista italiana di geopolitica).

 

Editorial December 2021

As stated by general Carlo Jean, renowned scholar, in a famous essay, “Geopolitics is not a science. It is reflection that precedes political action” (1). Today, although there is no univocal definition, geopolitics may be considered as the study of the States’ policies in the framework of international relations, a discipline that relies on a variety of subjects, such as geography, economics, science and information management, always prioritizing the identity, values and traditions of peoples and nations, and therefore including social dynamics. It has nothing to do with dogmas, but rather with interests (2) in given spaces. It is also clear that the concept of space (more specifically geographical space) is the key element of a reasoning, or rather an analysis that tends to consider geographical extension with a view to legitimate strategic interests. We also know that geostrategy is geopolitics’ “younger sister”, in terms of military and security aspects. Likewise, maritime strategy is strictly connected with sea power, as it analyses the methods of use of its components: fleet, bases, merchant navy, shipbuilding industry, trade, maritime and naval culture. A modern maritime and naval strategy therefore inevitably encompasses a variety of disciplines and includes – in addition to purely operational aspects associated with the use of warships – all the elements and disciplines related to economy, diplomacy and more generally to the culture concerning international relations and strategy. In this connection, among the various definitions of geostrategy, that of the American scholar Jakub J. Grygiel is particularly meaningful: “Geostrategy constitutes the geographical direction of a State’s foreign policy and, more precisely, it describes where a state concentrates its efforts by projecting military power and directing diplomatic activity”. Moreover, we can add that the meaning and the importance of “where” – meant both as a geographic space and as a place characterized by the “deep perception of national interests and the sense of space of each single people, which have their origin in its history, culture and values” (3) - has represented and still represents the most important challenge and the main commitment for each nation and people in the framework of international relations. All this inevitably leads to the concept of Wider Mediterranean as “geopolitical space”. This definition was first used in the early ‘80s by rear admiral Pier Paolo Ramoino during his lectures on maritime strategy at the Naval Warfare Studies Institute of Livorno, later moved to Venice as Institute of Maritime Military Studies. This apt locution expressed the intention to “study geopolitics with a maritime vision” (4). Thus, the “Wider Mediterranean” became a maritime theatre of operations, meant as “a limited geographic environment, that is to say a ‘scenario’ where we are expected to operate; this entails devising a ‘way of proceeding’, having a ‘strategy’ (5). The expression “Wider Mediterranean” has gained a wide currency at various levels, though with different connotations. This issue of Rivista Marittima intends to fix our position on this matter, in order to analyse in depth the meaning of these two seemingly simple words, which actually have important practical implications in terms of economy, collective security, or detection of critical situations. Geographically, the Wider Mediterranean comprises the Mediterranean basin, the Gulf of Guinea, the western part of the Indian Ocean, the Gulf of Aden, the Arabian Sea and the Persian Gulf; it extends west from the Canary Islands meridian to the meridian that runs along the eastern part of the Arabian Sea; in latitude, it stretches from the parallel that touches Mozambique, in the south, to a northern latitude that may geographically include Iceland and the region beyond, given Italy’s commitment in the Arctic Circle in synergy with NATO. The Wider Mediterranean’s centre of gravity is obviously the Mediterranean basin. More precisely, the Strait of Sicily is at the centre of the Mediterranean Sea, which is also defined as a MediOcean (6), and of the Wider Mediterranean, between the Atlantic oceanic area and the Indo-Pacific oceanic region. The importance of this theatre goes beyond mere geography, as clearly highlighted in the editorial of Limes October 2020 issue, “Italy and the sea”: “The importance of the Mediterranean lies not much in the countries that surround it, but in its being an unavoidable corridor along the shortest route between Indo-Pacific and Atlantic, dotted with seaports frenziedly competing against each other. The Mediterranean is a Mediocean”. In this connection, we can remember that the earliest signals of Mediterranean enlargement could already be seen in 1979, when the Italian government suddenly ordered, with less than 48 hours notice, the 8th Naval Group of the Italian Navy to deploy to the far Vietnamese waters. The government had correctly foreseen that the policy of previous decades had to change with a view to ensuring increased and more proactive presence, a posture that would turn out to be worthwhile in subsequent years. Apparently, the Italian interests in that distant area of the planet did not justify the expense that would be incurred, nevertheless that was a very good investment – as it always happens when action is carried out on and from the sea. The naval operations conducted in that period undoubtedly helped to propagate the image of our country as able to produce culture, welfare and progress; a country that, though lacking in raw materials, has founded its fortune on a clever transformation economy and on a trade policy evidently based on the maritime sector. Moreover, it is curious to observe that since this period, the so-called made in Italy (expression coined by the Italian producers in the early ‘80s, synonymous with high quality, specialization and style) has spread more and more, producing welfare and progress, not only for the benefit of Italian residents but, more in general, for anyone who comes into contact with our culture. The State’s interests have been therefore effectively promoted both by a great merchant fleet and by the units of the Italian Navy, expression of state-of-the-art technology, fostered by active entrepreneurs and founded on capable workers, a harmonious balance capable of ensuring the Italian showing the flag around the world. If it is true that the merchant fleet must ensure the regularity of national supplying, it is also true that only an efficient maritime component is able to guarantee the security of Sea Lines of Communication, which are essential to our country. Maritime security, for example in terms of counterterrorism or counterpiracy (effectively conducted in the Gulf of Aden, Indian Ocean or Gulf of Guinea, in collaboration with other Navies concerned or, if necessary, on our own) is in fact the necessary and sufficient condition for the rest. The Italian Navy sets no limits to the concept of Wider Mediterranean, which - though initially developed from a familiar geographical perspective (therefore spatially limited) – is likely to conceptually include any expansion wherever a concrete presence of the Navy might prove necessary and convenient to protect national interests. This is the case with the Arctic, where, after a long absence, the Italian Navy has come back to conduct scientific research campaigns. In particular, the High North research programme (first launched in 2018) is aimed at the continuous observation of climate and marine geophysical parameters, vital for our planet, over sufficiently long periods, making then data available to the whole international community. This mission is carried out without fanfare by our crews alongside the scientific community, as an expression and further proof of a cultural and professional commitment of the whole country system to resolutely fighting global warming. There are no inaccessible lands or seas that cannot be reached, but a new determined awareness must soon be developed that the maritime sector offers the only possible solution to the challenges of this century.

Daniele Sapienza

NOTE
(1) Carlo Jean, Geopolitica, page 9, Edizioni Laterza 1995.
(2) Danilo Ceccarelli Morolli, Appunti di geopolitica, page 285, Roma 2018.
(3) Carlo Jean, Geopolitica, page 21, Edizioni Laterza 1995.
(4) Pier Paolo Ramoino, Fondamenti di strategia navale, page 41, Forum di relazioni internazionali, Roma 1999.
(5) Ibidem, page 42.
(6) L’Italia e il mare. Limes 10/2020 (Italian Review of Geopolitics).