Editoriale
La prosperità in Italia dipende non solo dal complesso delle sue rimarchevoli forze interne, ma anche dall'esterno. Ovvero dall'evoluzione continua del complesso scenario internazionale e dai rischi, dalle incertezze, dalle discontinuità e dalle minacce poste al libero e sempre legittimo uso degli spazi marittimi. Sappiamo tutti che il nostro Paese è povero di materie prime e di risorse energetiche, ma dispone di una fiorente industria manifatturiera e di trasformazione e delle correlate realtà bancarie, assicurative e commerciali, le cui origini si perdono nei secoli. Un progresso culturale ed economico che ha visto la transizione dal Medioevo all'età contemporanea, innescato, non a caso, dalle Repubbliche Marinare, passando dall'Umanesimo al Rinascimento, fino all'Illuminismo e al Risorgimento per poi arrivare ai giorni nostri. Questo filo ininterrotto di lungo periodo ha avuto, come indispensabile e silenzioso sottofondo, la necessità di assicurare sicurezza e stabilità alle linee di comunicazione marittime. Una condizione che oggi si è estesa all'efficienza delle infrastrutture critiche subacquee dedicate all'approvvigionamento energetico e allo scambio dei dati e comunicazioni.
La Marina Militare quale strumento bellico, perfettamente integrato nella Difesa e al servizio della Nazione, ha come missione quella di garantire la necessaria cornice di sicurezza collettiva sul mare e sotto la sua superficie salvaguardando con efficacia (altrimenti sarebbe inutile) gli interessi nazionali attraverso un impegno continuo, notte e giorno, con ogni tempo. Ciò richiede uno strumento aeronavale bilanciato in tutte le sue componenti, subacquea inclusa, e costantemente aggiornato, così da poter essere sempre impiegato ovunque. La Marina Militare, pertanto, è contraddistinta dalla possibilità (meglio obbligo) di operare sempre più spesso molto lontano dal territorio nazionale, rispetto alle altre componenti del sistema di Difesa nazionale e di anticipare i momenti difficili in qualità di strumento di deterrenza e dissuasione. Tale modalità di impiego, in ambito navale, è denominata: capacità expeditionary, intendendo con questo termine la possibilità di proiezione, a notevole distanza e per lunghi periodi di tempo, delle proprie navi e dei propri uomini e donne. Questo è possibile grazie alla caratteristica intrinseca di essere sea based, ossia la capacità delle Unità navali di sostenere sé stesse (una volta assicurata l'indispensabile catena logistica) e operare a lungo nelle aree di crisi. I compiti che la Marina Militare continua ad assolvere sono - per molte ragioni – talvolta poco pubblicizzati, ma sempre più rilevanti per la sicurezza tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale. Come abbiamo osservato in precedenza, se è vero che le nostre navi grigie e i loro equipaggi non sono mai stati assenti, da mezzo secolo, dal quotidiano scenario operativo internazionale, e però innegabile che questi ininterrotti cicli di missioni nel Mediterraneo, nel Mar Rosso e, in pratica, ovunque, dall'Artico al Golfo di Guinea fino all'Oceano Indiano e, oggi, nel Pacifico, sono costantemente aumentati in termini di ore di moto e di unità coinvolte. In buona sostanza la Marina Militare è sempre più impegnata, e questo comporta inevitabilmente un costo che si concretizza in un maggiore utilizzo dei mezzi, dei pezzi di rispetto, consumo di combustibile e, soprattutto, in un pesante impegno e sacrificio dei nostri marinai: uomini e donne. Parimenti, nel corso degli ultimi anni è apparso evidente a tutti, che i conflitti tendono a durare a lungo (altro che guerra lampo!), manifestandosi sia con azioni belliche con modalità cinetica (leggi proiettili) sia in modalità non cinetica (ad esempio cibernetica). Colpire in questo modo le reti digitali bloccando o inutilizzando infrastrutture critiche, e i sistemi di comando e controllo senza contatto fisico diretto, ma alterando i dati, è, non di meno, un danno grave, anche fatale per la libertà e il benessere della popolazione colpita. In linea con la Strategia Militare Nazionale definita dal Capo di Stato Maggiore della Difesa[1], la Marina Militare fa il proprio dovere. Silenziosa, in una lotta parimenti silenziosa, ma non per questo meno reale, difficile e quotidiana. Senza distrarsi, naturalmente, dalle missioni nel Mediterraneo Allargato, ormai inevitabilmente passato, in seguito alla globalizzazione, a un Mediterraneo “Globale", in quanto il Mediterraneo Allargato proietta la sua incidenza e rilevanza oltre i suoi limiti fisici e politici e si pone come cerniera tra i due grandi spazi marittimi del pianeta, quali l'Atlantico e l'Indopacifico. Dato questo quadro di situazione e considerate le imprescindibili missioni istituzionali affidate alla Marina Militare, da soddisfare sempre, con efficienza, efficacia e continuità, preme in questa sede sottolineare tre aspetti operativi che, a parere dello scrivente, incidono (e incideranno sempre più in futuro) significativamente sulle operazioni marittime e sulle capacità operative delle nostre Forze navali. La prima considerazione è che la Marina Militare ormai si trova e si troverà sempre più in futuro, “in prima linea" a rispondere in maniera autonoma e direttamente, cioè non necessariamente inserita e integrata all'interno di un dispositivo navale alleato o in un framework di alleanze, ad azioni ostili contro unità mercantili nazionali o altre possibili azioni belliche di ogni genere, cinetiche o no, dirette contro le infrastrutture strategiche vitali della nazione come, per esempio, quelle subacquee: gasdotti, cavi sottomarini per la trasmissione di dati digitali e altro. Facciamo un esempio concreto: l'operazione ASPIDES, tutt'ora in corso nel Mar Rosso, è un chiaro modello operativo di missione di Sea Control dove le unità della Marina Militare, pur coordinandosi e cooperando con altre unità alleate, hanno risposto (e continuano a rispondere) in maniera diretta e autonoma ad attacchi diretti contro mercantili italiani. Ciò avviene in maniera autonoma nel senso che tutte le fasi della missione, dalla pianificazione allo svolgimento operativo, compresa la ricerca, scoperta, designazione e ingaggio (sia con cannoni sia con missili) dei vettori attaccanti vengono fatte in maniera indipendente e in completa autonomia e sotto la responsabilità diretta dei comandanti in mare. Questo non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e possiamo evidentemente ritenerlo un indicatore significativo riguardo al fatto che la Marina, in futuro, dovrà sempre più essere pronta a fronteggiare, autonomamente, il confronto bellico anche ad alta intensità e nello spettro multidimensionale, compreso quello ibrido.
Una seconda, e parimenti lapalissiana, considerazione riguarda le risorse disponibili. Parliamo del numero delle Unità navali (combattenti e di supporto) e degli equipaggi. Non sono, né possono essere, quantità infinite. Ma un significativo sbilancio negativo in termini di personale e infrastrutture compromette inevitabilmente la sostenibilità dello strumento e gli impegni operativi. La frase “Gli uomini combattono, non le navi" l'ha scritta (non detta) all'Ammiragliato, Nelson, personaggio – lo si voglia concedere – che senz'altro se ne intendeva.
La Marina Militare è dotata di diverse Unità modernissime che imbarcano mezzi aerei all'avanguardia frutto, a loro volta, di lungimiranti programmi navali avviati negli ultimi 15 anni e realizzate grazie alla capacità industriale e cantieristica, di primissimo livello, nazionale con punte di eccellenza assoluta in diversi settori. Possiamo citare le fregate antisommergibile (FREMM), compreso le prossime FREMM EVO (Evolution), i pattugliatori polivalenti d'altura (PPA), i caccia multiruolo di 5ª generazione F-35 caratterizzati da tecnologia stealth e capacità net-centriche. Non mancano, peraltro, alcune lacune: è necessario potenziare il comparto subacqueo, non soltanto a livello di sottomarini, ma riguardo ai vari mezzi underwater necessari alla protezione delle infrastrutture subacquee.
Per quanto riguarda il settore nevralgico del personale, da tempo lo Stato Maggiore della Marina e, conseguentemente, il Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV), si sforzano di dosare sapientemente e con la massima oculatezza non solo l'impiego delle Unità della Flotta, ma soprattutto lo sforzo e la rotazione degli equipaggi, uomini e donne, imbarcati. Sappiamo benissimo che l'efficienza bellica non è legata soltanto ai mezzi, ma dipende dal benessere psico-fisico degli equipaggi. Costoro sono il bene più prezioso della Marina Militare. Terza considerazione: le dimensioni delle recenti Unità navali. L'aumento del dislocamento delle nuove Unità navali della Marina Militare risponde a requisiti operativi ben precisi. Piccolo è bello non è mai stata una scelta, ma una necessità imposta, in altre epoche, spesso da specifici fattori di economia. Dimensioni maggiori assicurano un maggior grado di sostenibilità operativa e di permanenza in mare, potendo imbarcare una maggior quantità di munizioni, carburante e viveri (ovvero materiali che devono, parimenti, esistere). Sempre le recenti operazioni in Mar Rosso hanno evidenziato quanto sia elevato (e costoso) il volume di fuoco (specialmente missili, ma anche proietti di artiglieria) specie quando gli attacchi sono portati da armi a basso costo come i droni, ormai lanciati a sciami. Si tratta di un problema (talvolta un dilemma) che attualmente interessa le maggiori Marine mondiali. La difesa delle Unità e degli equipaggi e quella del traffico scortato si conferma così (e come sempre) primaria. Parimenti l'aumentato dimensionamento permette la presenza a bordo di adeguati presidi chirurgici e ospedalieri dotati delle attrezzature più moderne. Le aumentate dimensioni del naviglio permettono, inoltre, di riconfigurare, mediante aggiunte modulari, i sistemi d'arma incrementandoli. Cosa che, come si sa dagli anni Settanta, si traduce in un notevole risparmio in occasione dell'ammodernamento di mezza vita delle navi. Infine, non dimentichiamo che stiamo parlando di navi. Queste galleggiano e l'aumento delle dimensioni incide sensibilmente (e sempre a favore) in capo alla stabilità di piattaforma e conseguente impiego di tutti i sistemi d'arma di bordo, compreso le operazioni di volo e l'impiego di mezzi e battelli speciali. Infine, un adeguato dimensionamento delle navi incide, nel campo, ignoto ai più, fatti salvi gli addetti ai lavori, dell'interoperabilità/intercambiabilità. Un fattore che occorre assicurare tra le maggiori Marine alleate, specialmente nell'ambito dei Carrier Strike Group (Gruppo portaerei) e delle Amphibious Task Force (ATF), dove la necessità di far “massa critica" richiede di utilizzare e condividere tipologie di mezzi simili e, tra loro, scambiabili. In tutta semplicità, dovendo la Marina Militare operare ovunque le navi devono essere di dimensioni e quindi dislocamento adeguate.
Per concludere, non potendo elencare nel dettaglio, per motivi di spazio, le molteplici attività che hanno visto impegnate, nel corso del 2025, le Unità e gli equipaggi della Marina Militare e senza trascurare, naturalmente, il supporto logistico (che c'è, ma non si vede) i servizi, gli arsenali e, in generale, i vari comandi territoriali della Forza Armata compresi gli Istituti di formazione, vogliamo rendere omaggio agli uomini e alle donne della Marina Militare. Lo facciamo con una semplice immagine che testimonia l'estensione temporale e spaziale del “servizio" assolto. Un impegno che dal mare, sul mare e sotto le onde garantisce la sicurezza e il benessere del nostro popolo. Un compito, liberamente assolto con fierezza, ricordato a bordo delle Unità della Marina al momento dell'ammaina Bandiera e della recita, la sera, della Preghiera del Marinaio: “… Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare. Benedici!".
Non è retorica. É la vita di tutti i giorni e di tutte le notti passate in mare!