'Ruolo difesa, assumere il ruolo difesa'. La chiamata arriva dalla plancia, rimbomba tra i corridoi della nave, la mobilita all'unisono: inizia una navigazione in tratti di mare delicati. Salta la routine delle attività pianificate, la concentrazione è massima. Aumenta il livello d'approntamento dei sistemi d'arma, diminuisce la tempistica di reazione per l'autodifesa. Eventuali minacce vanno neutralizzate con lo sforzo collettivo.
Passare da un assetto normale a una disposizione così impegnativa per l'equipaggio è una decisione difficile da proporre al Comandante, che si fida di te, con conseguenze inevitabili. Scaturisce da una moltitudine di considerazioni: alert provenienti dai sensori di bordo, comunicazioni radio, efficienza degli apparati, consapevolezza fisica e geopolitica delle acque attraversate. Addirittura, per chi se ne intende, elementi di intelligence. Tutti dati da convogliare insieme per essere processati, vagliati, interpretati, con un margine d'errore tendente allo zero. Come fa il cervello: scatola nera dal meccanismo insondabile, traduzione immediata degli input ricevuti, talvolta discordanti, in un unico output coerente e operativo. È la capacità di leggere sotto la superficie, l'evidenza dei fatti, ma serve l'occhio allenato, il pensiero critico e l'intuizione.
Su una nave tutto questo, e non solo, spetta al Capo Servizio Operazioni: responsabile operativo del Comando, garante dell'approntamento della nave, della pianificazione delle missioni, della navigazione e delle attività addestrative che coinvolgono anche i nuclei specialistici imbarcati.
La black box del Marceglia è il tenente di vascello Gianluigi Barberisi, responsabile della supervisione operativa dell'unità, gestita secondo la sua personale metafora: “La nave è un paesino che galleggia – ci spiega – con un sindaco che è il Comandante, gli altri ufficiali in veste di assessori, ciascuno con la sua sfera di competenza, e l'equipaggio con compiti ben definiti. Io faccio da collante fra tutti, assicurando il raggiungimento del risultato anche in termini di percorso tracciato. Se remiamo nella stessa direzione, la 'città' funziona. Altrimenti il meccanismo salta".
A bordo lo chiamiamo 'CSOP': acronimo rapido, incisivo, che sintetizza le responsabilità di coordinamento e problem solving rispetto al reparto tecnico-operazioni (TO), ai sistemi missilistici e di artiglieria, alle componenti radar (RDR), sonar (SNR), radio e telecomunicazioni (TLC), guerra elettronica (GE). Il suo ufficio è l'intera nave, perché tutti i Capi Reparto operativi fanno riferimento a lui, ma i suoi luoghi d'elezione sono la Plancia e la Centrale Operativa di Combattimento (COC), che si compensano a vicenda: controllo dell'orizzonte dalla prima, situational awareness dalla seconda, grazie a sistemi di comando e controllo, telecamere infrared, sensori, armamenti.
Ufficiale del Corpo di Stato Maggiore della Marina Militare, Barberisi ha 34 anni, 10 dei quali trascorsi avvicendando incarichi di massimo spessore. Napoletano di nascita, emiliano d'adozione, e con un mare che gli scorre prepotente nelle vene.
Perché la Marina?
Perché è la mia vocazione. L'ho scelta mentre frequentavo la Scuola Militare 'Teulié' dell'Esercito per il triennio di fine liceo scientifico. Mio fratello era già in Marina, mi raccontava la sua vita da allievo, l'imbarco sul Vespucci… ero completamente affascinato dalle tradizioni marinaresche, dal galateo navale. Sebbene abbia sempre vissuto in un paese nell'entroterra, Novellara, in provincia di Reggio Emilia, essendo mio padre il Comandante di Stazione dei Carabinieri locale, ho compreso che il mio destino era legato al mare. Diciamo che le Forze Armate sono sempre state un po' 'la mia famiglia'… così mi sono 'convertito' e sono entrato in Accademia Navale a 19 anni, conseguendo poi la Laurea magistrale in Scienze Marittime e Navali all'Università di Pisa. In realtà all'epoca mi immaginavo più tra le fila degli incursori, o della Brigata Marina San Marco, probabilmente per quell'elemento d'azione su terra che avevo 'ereditato' dall'Esercito. Furono i miei Comandanti alla Classe in Accademia a vedere in me sin da subito un ufficiale di bordo: questa loro intuizione ha fatto sì che l'occasione incontrasse la mia attitudine, avvicinandomi alla mia seconda vocazione, l'intelligence. Dalla specializzazione in Telecomunicazioni e Condotta Nave e Meteo (TLC/CN-ME), poi in Radar e Guerra Elettronica (RDR/G.E.), fino a quella in Intelligence avanzata presso il Centro Interforze Formazione Intelligence-Guerra Elettronica, (C.I.F.I.G.E.), il passo è stato naturale.
Marinaio esperto di intelligence, come si inserisce in nave questa 'marcia in più'?
Con un concetto base: la necessità di sicurezza in tutti i domini. Mare, terra, aria, spazio e cyber possono essere fonti d'informazione che l'intelligence acquisisce, raccoglie, analizza, elabora e dissemina, al fine di prevenire o neutralizzare eventuali minacce. La mia, in questo senso, è un'impronta formativa che si fa sentire anche nell'impiego attuale.
Chi è il Capo Servizio Operazioni?
È il braccio operativo del Comandante, il suo punto di riferimento per far sì che la nave porti a termine la missione assegnata, assicurando che arrivi da un punto A fino a un punto B in sicurezza e nei tempi prestabiliti: io devo calcolare cosa avviene tra un estremo e l'altro. Il tutto, facilitando il lavoro del Comandante nella risoluzione di problematiche interne, pianificando le attività operative-addestrative, e raccordando costantemente la parte logistico-amministrativa, di competenza della Commissaria, con il 'sistema nave', ingerenza del Direttore di Macchina: sono i due grandi 'servizi' che mi forniscono gli elementi necessari alla conduzione delle operazioni. Il Direttore mi informa sulla propulsione e sul tipo di velocità che posso imprimere alla navigazione, o su eventuali limitazioni che potrebbero incidere sugli esiti effettivi, mentre la Commissaria mi dà il polso della quantità di viveri, acqua e generi di conforto, permettendomi di valutare quanti giorni d'autonomia abbiamo in mare, piuttosto che la possibile durata di particolari attività o il livello di stress per l'equipaggio. Tutte queste informazioni vengono convogliate al Comandante, così che possa avere una visione completa e prendere la decisione più efficace sulle attività da intraprendere. Essere CSOP richiede una qualità essenziale: la flessibilità. Occorre saper lavorare in sinergia con i diversi reparti e servizi: si cerca una risposta insieme ai Capi Reparto del Servizio Operazioni e in base all'esperienza maturata in ruoli pregressi. Pur essendo specialisti di un determinato settore, da Ufficiali di Stato Maggiore frequentiamo il Corso di Specializzazione in Tattica Navale (TATNAV), che ci dà una prospettiva a 360° su tutte le forme di lotte e su come contrastarle, in modo da consentirci di portare al Comandante sempre la soluzione, non più il problema.
La prova più ardua per quest'incarico?
Sicuramente l'approntamento nave ad una missione, la pianificazione di tutte le operazioni una volta lasciato il porto. Mi viene in mente la 'Mare Aperto', un'esercitazione aeronavale nazionale di dimensioni enormi, ma anche una missione operativa in generale. Si valuta tutto, si calibrano le tempistiche, al netto di eventuali mutamenti repentini, come può essere ad esempio l'acuirsi di una crisi geopolitica. Bisogna sostanzialmente stabilire con largo anticipo come percorrere la nostra rotta, a che ritmo, individuare le alternative più idonee da percorrere in caso di imprevisti, decidere quali addestramenti alternare e quali attività valorizzare, in che modo gestire il tutto anche con la componente aerea della Sezione Elicotteri imbarcata, con il team del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) e con quello della Brigata Marina San Marco (BMSM). Certamente l'incognita va messa in conto.La flessibilità in questi casi la fa da padrona.
Come si diventa CSOP?
A quest'incarico si arriva dopo tanti anni di esperienza a bordo, maturata grazie agli incarichi svolti all'interno del Servizio Operazioni, ma soprattutto dopo essersi sperimentati nel ruolo di più figure chiave. Il mio battesimo del mare risale al 2015, da ufficiale di rotta su nave Bettica, impegnata nell'allora Operazione Mare Sicuro, oggi Mediterraneo Sicuro. Un periodo molto intenso, anche emotivamente: soccorrevamo in media centinaia di migranti al giorno, proteggevamo i nostri pescherecci presenti in acque internazionali nel Mediterraneo Centrale. Dopo un anno sono entrato a far parte dell'equipaggio del Bersagliere, ora non più in linea operativa, come addetto radar, e successivamente per due anni come capo componente radar sull'Elettra. Un'esperienza bellissima: è lì che mi sono appassionato e specializzato nel settore dell'intelligence. Su nave Durand de la Penne sono stato capo reparto telecomunicazioni e condotta nave e meteo (TLC/CN-ME), sul Grecale ero invece capo reparto radar e di guerra elettronica… e per un anno ho avuto l'onore di assumere il comando di un cacciamine, nave Numana, non lo dimenticherò mai. Eravamo basati a Taranto, ci stavamo approntando per la 'Mare Aperto', quando ci hanno chiamati all'improvviso per intervenire a protezione delle nostre tre 'arterie' subacquee di gas nel Mediterraneo a seguito dell'incidente occorso al gasdotto North-Stream nel Baltico, nel settembre 2022: con noi è nata l'Operazione Fondali Sicuri, vitale per la tutela del traffico dati e delle infrastrutture strategiche sottomarine. In quell'occasione, unica nel suo genere, abbiamo delineato la missione, di concerto con CINCNAV, tarandola sulla nostra tipologia di unità. Io e il mio equipaggio ci siamo rimboccati le maniche, ho avuto molto supporto da un esperto comandante del GOS. Tutti coesi e determinati, tutti orgogliosi di aver in un certo senso basato le linee guida di quest'operazione che è poi stata istituzionalizzata dal CINCNAV e programmata a cadenza regolare. Sicuramente, oggi, il fatto di comprendere e spesso prevedere le esigenze del mio attuale Comandante, deriva dall'esserlo stato a mia volta. Infine, il Marceglia: sono salito a bordo lo scorso anno come capo reparto radar e di guerra elettronica, adesso sono il Capo Servizio Operazioni. Un'evoluzione quasi naturale di questo ruolo: ci si toglie la 'patch' da radarista-guerra elettronica e si diventa CSOP, è un po' un passaggio di testimone tradizionale in Marina. Ovviamente, dato il trascorso da diretto superiore, il reparto radar-GE è quello che sento più mio, pur indossando ora una patch inclusiva di tutti i Reparti operativi dell'unità.
Che impegno ha richiesto la pianificazione della Campagna di Proiezione Operativa in Indo-Pacifico portata avanti da nave Marceglia?
È stato un onore, abbiamo portato l'Italia nel mondo, e al tempo stesso una bella sfida. L'abbiamo raccolta e vinta tutti insieme, ne siamo fieri. Personalmente mi sono occupato di molteplici aspetti. Ad esempio, assicurare le comunicazioni in qualsiasi momento con le unità delle Marine alleate e dei Paesi amici al di fuori della NATO, oppure calcolare nei minimi dettagli orari e coordinate dei Randez-Vous (RV), ossia punti di incontro in mare con altre navi operanti nei mari dell'Indo-Pacifico, per addestrarci insieme, incrementando così la cooperazione e l'interoperabilità tra i team specialistici appartenenti a realtà totalmente diverse. Ho individuato finestre addestrative per mantenere alto il livello di addestramento degli specialisti e degli operatori che si addestrano in consolle, e in fase di approntamento ho richiesto una cartografia specifica relativa ai porti esteri toccati, fornita dal nostro Istituto Idrografico di Genova. Insieme ai miei collaboratori, ho pensato alla parte armi, al munizionamento, all'efficienza dei sistemi di comando e controllo, alla parte documentale, ma anche a quelli che possono sembrare dettagli e invece sono parte fondante della tradizione marinaresca, come le bandiere di cortesia di tutti i Paesi in cui abbiamo ormeggiato. Rispetto all'intel, in Indo-Pacifico, abbiamo studiato molto l'aspetto di guerra elettronica e la conoscenza delle evoluzioni geopolitiche in atto, il comportamento di alcune Marine e l'interesse mostrato per noi… sono informazioni che saranno utili alle prossime unità che transiteranno nell'area. Nel nostro caso ha vinto la squadra, la sinergia comune: è il bello del nostro lavoro, valorizzarci a vicenda con l'impegno reciproco.
La decisione più difficile che ha preso?
Semplicemente prepararsi a partire per un periodo molto lungo, lasciando a casa mio figlio Federico, di appena 15 mesi e mia moglie Rhea, che a sua volta lavora e sta compiendo sacrifici enormi, come madre e come donna. Ma è anche il mio punto di forza, la famiglia, la nostra chiglia d'acciaio, che paziente ci attende e ci sostiene. È fondamentale avere il loro appoggio incondizionato mentre faccio ciò che mi viene richiesto, onorando il senso del dovere, che per me è un sentimento fortissimo. Professionalmente le decisioni difficili sono state molte, non le conto più, ma ogni volta la mia soluzione è stata il lavoro di squadra. Sono convinto che a tutto ci sia una soluzione, un margine di risposta, basta capire la propria funzione e agire di conseguenza. La difficoltà delle disposizioni che impartisco sta nella consapevolezza delle conseguenze che impattano sull'equipaggio, nessuno escluso. Far chiamare un 'ruolo difesa' richiede maggiore reattività: i radaristi assumono la responsabilità di aumentare l'attenzione su tutti gli oggetti non identificati, gli operatori in consolle passano su un turno di guardia più ristretto, si preparano ad applicare le procedure di contrasto aereo, a saltare degli step che assicurano prontezza di lancio missilistico in presenza di pericolo immediato. In quel caso il referente del Comandante sono io, per la difesa dell'unità e la neutralizzazione della minaccia. Ma anche la pianificazione di un ormeggio può rivelarsi complicata, può variare anche all'ultimo istante a causa di circostanze esterne, come il rinforzarsi del vento, una corrente di marea particolarmente intensa, oppure un guasto che mi viene comunicato dal sistema nave.
La soddisfazione più grande?
Le soddisfazioni più grandi sono due. Da un lato, quella di sentirsi dire il famoso 'Bravo Zulu' dal proprio Comandante. Significa che è andato tutto bene perché si è fatto un buon lavoro. Dall'altro, sentire l'ammirazione dei colleghi: succede quando si porta l'equipaggio per mano verso l'obiettivo senza inutili stress, quando si è capaci di essere autorevoli e non autoritari, coinvolgendo tutti nell'azione senza però imporla. Io dò una direttiva, fisso il goal, lasciando agli altri libertà di manovra su come mettere il punto a segno. Quello che spero, che m'impegno a mostrare con l'esempio quotidiano, è di trasmettere l'entusiasmo e la consapevolezza di essere partecipi, tutti insieme, di un qualcosa di grande, di importantissimo per il nostro Paese, per chi ci aspetta a casa. Se io ce la metto tutta, gli altri mi seguiranno. Se io sono sereno, lo saranno anche loro: lavorare per il benessere del personale a bordo fa parte dei miei compiti, tengo moltissimo a questo.
Consiglierebbe il suo percorso a un futuro cadetto d'Accademia?
Certamente, il ruolo di CSOP è, senza dubbio, l'incarico più appagante e stimolante per un Ufficiale di Stato Maggiore, a stretto contatto con il Comandante con il quale ci dev'essere un rapporto di piena fiducia e sinergia. Un ruolo complesso e di grande responsabilità, ma proprio per questo molto avvincente: bisogna avere tanta esperienza, essere sempre informati su tutto, saper rispondere a tutto, costituire un riferimento validissimo per il personale, che va gestito in maniera mirata. Servono determinazione, un bagaglio professionale a 360 gradi, molta curiosità e praticità rispetto all'intero microcosmo della nave. Come tutte le cose impegnative non è facile. Ma è bellissimo.