Il presente numero tratta di un argomento di grande attualità: la Guerra Asimmetrica. Si ritiene che per comprendere a pieno tale declinazione concettuale del fenomeno bellico—i cui riflessi geopolitici e geostrategici sono evidenti —sia necessario accennare al fatto che questa si coniuga e si flettecon l’inevitabile fenomeno della globalizzazione. È bene ricordare come la globalizzazione ha conosciuto un’accelerazione anche in concomitanza del crollo dell’Unione Sovietica, avvenuto negli anni Novanta del secolo scorso.

Da un mondo bipolare,stabile nel suo confronto diretto, si è passati auno scenario in rapida evoluzione in cui l’emergere di nuovi attoriprotagonisti—come peresempio la Cina (ma anche l’India) —hanno caratterizzato i primi due decenni del nuovosecolo. Da parte sua la Russiaè riuscita a risollevarsi dalle ceneri dell’Unione Sovietica, divenendo un’assertiva e decisa potenza regionale e ultra-regionale. In breve, in poco più diun ventennio, le «mappe geopolitiche»del mondo sono cambiatee questo ripensare allo spazio fisico globale, incluso ovviamente il mare, apre nuove problematiche e nuovipossibili epicentri di crisi. In tale scenario, la globalizzazione delle merci e dei servizi è stata accompagnata a una globalizzazione dei sistemi di comunicazione che influenzandoopinioni, modi di vivere e di pensare, toccano nel fiorire dei nuovi contesti socio economici tutti gli aspetti della vita dell’individuo.

La globalizzazione,indice della competizione che anima tutti i paesiprotesi a creare spazi sui mercati esterni a vantaggio del proprio, ha contribuito a creare un mondo multipolare e competitivoin virtù delle dinamichedella domanda e dell’offerta. Gli Stati Uniti sono rimastila prima super potenza militare del pianeta, ma devonovedersela con realtà «regionali»economiche (e, pertanto, anche militari e strategiche) diffusesu vaste aree continentali. In pratica si è assistito alla «regionalizzazione»delle varie aree mondiali, naturalmentesotto il controllo di un attore locale egemone.Si assiste quindi, sempre più,a una competizione a 360° per il controllo delle fonti energetiche, idriche e alimentari che contribuiscono alriacutizzarsi dei confronti tra confessioni, culture e ideologie, tutti fattori, questi, che si pensava fossero relegati, ormainel passato. Il mondo globalizzato e iperconnesso, contrariamente alle aspettative dell’iniziomillennio, non è diventato più «sicuro» e più «stabile»e nemmeno tutto sommato più «pacifico». In tale contesto va dunque oggi calata, necessariamente, la «guerra asimmetrica»ovvero la guerra non convenzionale. La crescita del caos ha aumentato i conflitti a bassa intensità, né manca chi pensa che siamo davanti a un’ennesima «guerra mondiale», sia pure combattuta in maniera non ortodossa. Non certo ultimo tra gli osservatori legittimamente preoccupati, Sua Santità Papa Francesco ha dichiarato recentemente: «Diamo un’occhiata al mondo così com’è. Guerre ovunque. Stiamo vivendo la Terza guerra mondialea pezzi»(1).

Che si tratti diguerra asimmetrica(2) o di guerra ibrida(3), inuovi conflitti sono combattuti in maniera non convenzionale, ovvero secondo modalità e tattiche totalmente innovative. Alla guerra asimmetrica, per fare degli esempi, possiamo ricondurre il conflitto inVietnam oppure, più recentemente, gli attacchi dell’11 settembre alle torri gemelle del World Trade Center di New York,senza tralasciare la guerra in Afghanistan contro i Talebani. Si tratta di conflitti che vedono oppostenazioni o gruppi di individui, contraddistintida una cospicua e marcata differenza in termini di capacità militari e distrategie di impiego della forza. Solitamente l’attore più debole impiega tattiche di agguato,cecchinaggio,attacchi suicidi,l’estensivo uso di bombe artigianali allo scopo di infliggere il massimo dei danni minimizzando i propri rischi.Lo studioso americano Andrew J.R. Mack(4), all’indomani del conflitto in Vietnam scriveva già nel 1975 che la storia ha abbondantemente dimostrato il fatto che non sempre nazioni (o attori) più deboli hanno perso il confronto con potenze militarmente più forti.

Ciò si verificherebbe, secondo la sua opinione, quando la parte militarmente più forte sul campo non vede in gioco la suasopravvivenza. La parte più debole, au contraire,ha —specularmente —il massimo interesse a vincere perché solo la vittoria può garantire la conservazione del proprio ordine interno o, addirittura, della propria cultura.L’autore introduce il concetto della «political vulnerability»vale a dire la capacità di un paesemilitarmente più forte,di reggere un confronto sentito dalla popolazione come non vitalee dispendioso.Questa nuova forma di guerraè, come affermano audacemente i cinesi Liang Qiao e Xiangsui Wang nel proprio: «Guerra senza limiti: l’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione», pubblicato in Italia nel 1999 a cura dal generale Fabio Mini, qualcosa di diverso rispetto al passato a causa della: «...rivoluzione informatica e della globalizzazione del commercio e dei capitali»estesa a ogni campo: politico, tecnologico, commerciale, finanziario, culturale o mediatico, soprattutto combinando e sommando ai sistemi militari altri metodi, così da moltiplicare gli effetti letali.

E proprio in merito a questo specifico tema è interessante ricordare l’approccio operativo russo rispetto ai conflitti presenti e futuri. Il generale Gerasimov, capo di Stato Maggiore della Difesa russo, ha infatti elaborato una dottrina (sulla quale origineè stato comunque molto discusso) che individua le nuove sfide mediante un ripensamento delle forme e dei metodi delle operazioni belliche. Si tratterebbe, utilizzando tutti i mezzi a disposizione, compreso quello convenzionale, del massimo ricorso possibile al dominio informativo mediante, anche, la tecnologia digitale spinta al massimo grado: dall’inganno cyber all’impiego di hackers informatici fino all’uso spregiudicato delle emergenze umanitarie utilizzate anch’esse come un’arma,a fianco del ricorso, se necessario, di forze paramilitari e/o di reparti speciali. Questa nuova guerra del XXI secolo rivestirebbe così caratteristiche tali da porla in una zona di confine, tra guerra e pace, di carattere indefinito e spesso più efficace rispetto alla natura «brutale»delle operazioni bellicheconvenzionali volte alla conquista e all’occupazione del terreno.

Ed ecco quindi che tutte queste guerre:asimmetriche, ibride, ambigue e non lineari non sono altro che laversione modernissima e inedita—forse solo in apparenza —della storia di sempre.Le tendenze geostrategiche future, prevedono la continua evoluzione della minaccia ibrida ela progressiva sostituzione dell’elemento umano con elementi tecnologici a complessità e autonomia crescenti, anche relativamente al processo decisionale.In Italia, la Difesa(5) definiscela minaccia ibridacome:«Tipologia di minaccia complessa che prevede l’uso centralizzato, controllato e combinato di tattiche nascoste e non, nonché di vari tools strategici da parte di attori militari e non, in maniera convenzionale e/o irregolare; può includere: cyber attacks, information operations, pressione economica, distruzione di approvvigionamenti energetici eappropriazione di infrastrutture critiche». Anche sul mare la guerra ha assunto connotazioni diverse indirizzando le operazioni navali in uno scenario di Crisis Response Operations(CRO/non article5),ovvero non il ricorsoall’articolo 5 della NATO posto a difesa di tutti i sottoscrittori del Patto Atlantico. Ciò significa che l’impiego delle navi da guerra non è diretto esclusivamente in vista di unconfronto militare simmetrico e diretto tra due flotte contrapposte, stile Jutland, Punta Stilo o Midway, ma prevede una tipologia d’impiego multidimensionale, estesa all’ampio, multiforme e strategico perimetro della Maritime Securityquanto più avanzato possibile, inclusa la funzione di polizia dell’alto mare. Edè questo lo scenario che impegna giorno e notte le navi della Marina Militare.

Si tratta cioè di tutelare gli interessi nazionali a partire dal commercio e dallelinee di comunicazioni marittime, da sempre vitali per la geoeconomia delnostro paese. Si tratta di garantire (riducendo così di molto i costi economici complessivi) il controllo degli spazi marittimi di legittimo interesse attraverso le attività, tra loro sempre connesse, di presenza, deterrenza e sorveglianza.

Un ventaglio, quindi, di attività a tutto tondo, armonizzato nell’ambito della NATO e della UE che comprende anche la lotta al terrorismo.In chiusura rammentiamo, in questo numero, il comandante Erminio Bagnasco, importante pensatore e storico navale, con un ricordo di amici e collaboratori. E proprio mentre queste pagine stanno andando in stampa è arrivata,purtroppo,un’altra dolorosa notizia, non solo per l’uomo ma, anche in questo caso, per il pensiero navale italiano.

L’ammiraglio Pier Paolo Ramoino si è dimostrato, infatti, un lucido e preveggente «intellettuale»secondo le migliori tradizioni della nostra Marina. Nel prossimo numero della Rivista Marittimalo vogliamo ricordare non solo nella sua impareggiabile bravura quale docente di Strategia navale pressol’allora Istituto di Guerra Marittima di Livorno, di cui fu anche il Direttore, ma anche come illustre pensatore navale di geostrategia.

Daniele Sapienza

NOTE
(1) Papa Francesco in un video messaggio in spagnolo inviato ai partecipanti alla 23esima Giornata della Pastorale sociale, 04 dicembre 2020
(2) Vocabolario Treccani: «Conflitto ad armi impari, non dichiarato, nel quale una delle parti è costretta a difendersi da un nemico non identificabile, trovandosi in situazione di palese svantaggio». Merriam Webster: «warfare that is between opposing forces which differ greatly in military power and that typically involves the use of unconventional weapons and tactics (such as those associated with guerrilla warfare and terrorist attacks)».
(3) Vocabolario Treccani: «Strategia militare, caratterizzata da grande flessibilità, che unisce la guerra convenzionale, la guerra irregolare e la guerra fatta di azioni di attacco e sabotaggio cibernetico».
(4) Andrew J.R. Mack, «Why Big Nations Lose Small Wars: The Politics of Asymmetric Confict», World Politics, Vol. 27, N. 2 (January 1975), pp. 175–200.
(5) Compendio «La Sicurezza Marittima» di Daniele Panebianco, Supplemento alla Rivista Marittima, gennaio 2022.

 

Editorial January 2022

This number is focused on a highly topical subject: Asymmetric Warfare. It is believed that in order to fully understand this concept — which has clear geopolitical and geostrategic implications — it is necessary to consider that it is inevitably related to globalisation. It’s worth remembering that globalisation rapidly accelerated with the collapse of the Soviet Union, in the Nineties of the last century. A stable bipolar world has given way to a rapidly evolving scenario, where, in the first two decades of the new century, new principal actors have emerged, such as, for instance, China and India. As for Russia, this nation has succeeded in rising from the ashes of the Soviet Union, becoming an assertive and resolute regional and ultra-regional power. In short, in a little more than two decades, the world’s ‘geopolitical maps’ have changed, and this alteration in the global physical space – obviously including the sea – generate new problems and new potential epicentres of crisis. In such a scenario, the globalisation of goods and services has paralleled a globalisation of the communication systems that influence opinions, behaviours, ways of thinking, and all the aspects of an individual’s life, within the new socio-economic contexts. Globalisation - indicator of the competition that stirs countries to expand into foreign markets - has contributed to create a multipolar and competitive world by virtue of the dynamics of supply and demand. The United States is still the world’s leading military superpower, yet it has to cope with ‘regional’ economic (and consequently also military and strategic) players spreading their influence over wide geographic areas. Basically we have witnessed a marked tendency towards regionalisation which has affected various areas worldwide, obviously under the control of a local hegemonic actor. Ever-intensifying competition for water, food and energy resources exacerbates religious, cultural and ideological conflicts that seemed to belong to the past. Contrary to the expectations of the millennium, our globalised and hyperconnected world has not become safer or more stable, less than ever more ‘peaceful’. It is against this backdrop that today the asymmetric or unconventional warfare must necessarily be considered. Growing chaos has multiplied low-intensity conflicts, and quite a few think that we are in an umpteenth world war, albeit unconventional. Legitimate concern has been repeatedly expressed, even by a special observer such as His Holiness Pope Francis, who recently declared: ‘We are in a world at war everywhere. We are in the Piecemeal World War III‘ (1). Whether in the case of asymmetric warfare (2) or hybrid warfare (3), the new conflicts are fought unconventionally, in new, innovative, and radically different ways. Besides the Vietnam war, the more recent  9/11 terrorist attacks to the Twin Towers in New York World Trade Center, or the war in Afghanistan against the Taliban are among the best-known examples of asymmetric warfare. These conflicts occur between nations or groups of individuals characterised by significantly different military capabilities and use of force strategies. The weaker belligerent usually employs tactics including ambushes, sniper attacks, suicide bombing, and the extensive use of improvised explosive devices in order to deliver devastating effects while minimising risks. As early as 1975, in the aftermath of the Vietnam war, the American scholar Andrew J.R. Mack (4) wrote that history has frequently demonstrated that weaker nations (or actors) do not necessarily lose to militarily stronger powers. In his opinion, this occurs when the militarily stronger actor’s survival is not at stake. On the contrary, the weaker actor has a high interest in winning because only victory ensures the preservation of its domestic stability, or even its culture. The author introduces the concept of ‘political vulnerability’, that is the capability of a militarily stronger country to sustain a fight that the population perceives as unnecessary and costly. In ‘Unrestricted Warfare: the art of asymmetric warfare between terrorism and globalization’, published in Italy in 1999 under the supervision of general Fabio Mini, the Chinese Liang Qiao and Xiangsui Wang boldly affirm that this new form of warfare is something different from the past as a result of the ‘… IT revolution and globalization of trade and capital’ spread in all areas: political, technological, commercial, financial, cultural or media, notably combining military systems with other methods, in order to multiply lethal effects. In this connection, it is interesting to remind the Russian operational approach to current and future conflicts. General Gerasimov, Chief of Russia’s military’s General Staff, has developed a doctrine – whose origin has been much discussed - that addresses the new challenges rethinking the forms and methods of carrying out combat operations. This approach involves – using all available means, including conventional ones - the extensive application of IT and far-reaching digital technology, ranging from cyber deception to hacker hiring, or to the unscrupulous weaponization of humanitarian emergencies, combined, if necessary, with the deployment of paramilitary formations and/or special operation forces. The new 21st century warfare has an indefinite nature, in which the line between war and peace is blurred, and is often more effective than the ‘brutal’ conventional combat operations aimed at the conquest and occupation of territory. These forms of warfare (asymmetric, hybrid, ambiguous and non-linear) are therefore nothing but the ultramodern and renewed version — maybe only seemingly — of history as always. Future geostrategic trends envisage the continued evolution of hybrid threats, in a scenario where increasingly complex and autonomous technologies will progressively replace humans, also in decision-making processes. Italian Defence (5) defines hybrid threats as: ‘Complex threats that entail the centralised, controlled and combined use of covert and overt tactics, as well as of a number of strategic tools either by military or non-military actors, in a conventional and/or irregular way; they include cyber attacks, information operations, economic pressure, energy supply disruption and attacks on critical infrastructures’.

Naval warfare has changed too, and Non-Article 5 Crisis Response Operations (NA5CRO) cover all military operations conducted by NATO (while Article 5 ensures the collective defence of all NATO member states). This means that warships are not only used for symmetric and direct conflicts between two opposing fleets, as in the battles of Jutland, Calabria or Midway, and their multidimensional deployment covers the whole multifaceted and strategic spectrum of Maritime Security, including policing the high seas. The Italian Navy ships carry out all these tasks night and day. The main objective is the protection of national interests, starting from trade and sea lines of communication, vital for the geo-economics of our country, ensuring control (thus significantly reducing overall economic costs) of the maritime zones of legitimate interest through interconnected capabilities of presence, deterrence and surveillance. A full range of activities, including counter-terrorism, within the NATO-EU framework.

In closing, we would like to remember, in this issue, commander Erminio Bagnasco, great naval historian and thinker, with a tribute from some of his friends and collaborators. Moreover, alas, while these pages are being printed, we have sadly heard about the passing of admiral Pier Paolo Ramoino, a great loss for so many but also for the Italian naval thinking. Admiral Ramoino indeed proved to be a brilliant and far-sighted intellectual, following in the tradition of our Navy. In the next issue of the Rivista Marittima, we shall remember him not only as unrivalled lecturer of Naval Strategy at the Livorno Naval War College, of which he was also Director, but also as illustrious naval geostrategic thinker.

Daniele Sapienza

NOTE

(1) Pope Francis in a video message in Spanish to participants in the 23rd Day of Social and Pastoral Care, 4 December 2020.

(2) Treccani Dictionary: ‘Undeclared conflict with uneven weapons, in which one of the parties has to defend itself against an unknown enemy, thus being at manifest disadvantage’. Merriam Webster: ‘warfare that is between opposing forces which differ greatly in military power and that typically involves the use of unconventional weapons and tactics (such as those associated with guerrilla warfare and terrorist attacks)’.

(3) Treccani Dictionary: ‘Military strategy, characterised by great flexibility, that blends conventional warfare, irregular warfare and attack actions and cyber sabotage‘.

(4) Andrew J.R. Mack, «Why Big Nations Lose Small Wars: The Politics of Asymmetric Confict», World Politics, vol. 27, n. 2 (January 1975), pp. 175–200.

(5) https://www.difesa.it/Content/Documents/2018_Ministero_Difesa_integrazione_linee_programmatiche.pdf, pag.5.