​Editoriale

Potere Marittimo: le Marine di sempre, cioè di domani

Pensando alle Marine di domani, è innanzitutto necessario sottolineare un concetto dato troppo spesso per scontato – forse perché fin troppo noto – ma, non di meno, importante. Cos'è il Potere Marittimo? Questo termine è mutuato dall'inglese Sea Power e, più precisamente, dalle opere del navalista statunitense Alfred Thayer Mahan (1) pubblicate tra il 1890 e il 1914. Ma in realtà quest'espressione fu coniata e proposta per la prima volta da un ufficiale della Marina borbonica, il comandante Giulio Rocco (2), il quale lo definì, nel 1814, come: “nell'ordine politico, una forza somma risultante da quella di una ben ordinata Marina Militare e di una numerosa Marina di Commercio". Quel “ben ordinata" fu in seguito declinato da Mahan come l'insieme delle risorse e delle capacità navali, cantieristiche, industriali, economico-finanziarie, diplomatiche e, non ultime, culturali, che consentono a una Nazione d'impiegare il mare a supporto e in difesa dei propri interessi vitali. Si tratta di un concetto profondamente democratico, in quanto implica e coinvolge, alla voce cultura, la potenzialità dell'intera nazione, ovvero tutto il popolo. Sarebbe un errore credere che l'esercizio del Potere Marittimo nazionale non abbia bisogno di questa base sottostante. L'esercizio del Potere Marittimo deve essere l'espressione della fiducia, condivisione e sostegno di tutti, e sempre avrà questa necessità. La sensibilità odierna ha poi ampliato il pensiero di Mahan; la dimensione del Potere Marittimo coinvolge, così, l'intero globo terracqueo, in quanto l'efficacia ottimale del Potere Marittimo (ovvero la garanzia di traffici marittimi liberi e sicuri per tutti) attiene all'interesse e al benessere collettivo, nessuno escluso, si tratti di Stati, organizzazioni internazionali o singoli individui.

In linea con la strategia navale, il Potere Marittimo opera sia in pace sia in guerra ed è il prodotto di più fattori: Potere Navale, ovvero il complesso formato dalla Marina, a sua volta composta da una Flotta navale bilanciata  - Well-Balanced secondo gli anglosassoni - in tutte le proprie componenti di superficie, subacquea e aerea col relativo, e sempre indispensabile, naviglio ausiliario; le unità e i loro equipaggi operano, a loro volta, partendo dalle basi navali e col relativo supporto logistico, non ultimo “tutto quello che non si vede": addestramento, ore di moto, combustibili, munizionamento, scorte di pezzi di rispetto e consumabili, intelligence. A fianco di tutto ciò la flotta mercantile, i porti e le infrastrutture marittime, l'industria cantieristica e le correlate capacità di ideazione e progettazione. Il tutto nella cornice di una struttura economico-finanziaria proporzionata, di una rete diplomatica e consolare e, non ultimo, di una tradizione culturale e navale (ovverosia militare) e marittima, alias commerciale, finanziaria, assicurativa e - perché no? - pure diportistica, in quanto sul mare si va (e lo si deve rispettare) se lo si conosce, anche per diletto.

L'esercizio del Potere Marittimo richiede, pertanto, una politica navale ed economica visibile ed efficace sorretta da strumenti tecnologici e bellici evoluti come quelli affidati alla Marina Militare e impiegati da personale altamente specializzato, gente che può contare sul potenziale e sull'impiego consapevole delle capacità intellettuali e materiali di tutta la nazione.

In caso di crisi o di conflitto, tutto ciò si traduce nella capacità di esercitare quello che la strategia navale definisce come: “Dominio del mare", ovvero una condizione in grado di assicurare a chi la detiene l'utilizzo del mare per i propri fini strategici e tattici impedendone, nel contempo, l'uso da parte di un eventuale avversario. In breve: se in caso di guerra o di crisi l'esercizio del Dominio del mare (Sea Control) e il suo contrasto (Sea Denial) consistono nel confronto tra opposte Marine, in tempo di pace l'esercizio del Potere Marittimo ha come obiettivo quello di assicurare la capacità di commercio e, più in generale, di imprenditoria, dall'indispensabile pesca millenaria alle più sofisticate infrastrutture sottomarine. La capacità, diciamo così, commerciale si esprime, oggi, non soltanto sulla superficie, ma interessa direttamente la dimensione subacquea. Basti pensare al fatto che la quasi totalità delle transazioni commerciali della “rete", il famoso Web, viaggia su cavi sottomarini bisognosi di continua manutenzione e difesa. E sempre sul fondo passano anche i condotti strategici energetici - oleodotti e gasdotti - per non parlare delle risorse minerarie e, non dimentichiamole, quelle ittiche. È stato peraltro opportunamente osservato da diversi studiosi di strategia navale, che il Dominio del mare rappresenta una condizione a cui si tende, ma che è difficilmente raggiungibile in modo totale. Gli anglosassoni hanno, non a caso, due termini per indicare il Dominio del mare: Command of the Sea e Sea Control, spesso usati - non correttamente - come sinonimi. Il Command of the Sea sottintende un significato molto ampio e, solitamente, una prevalenza strategica sui mari (è la condizione, ad esempio, auspicata dalla superpotenza statunitense, ma che può essere conseguita appieno soltanto in occasione di particolari momenti storici come, subito dopo la Seconda guerra mondiale e, due decenni dopo, al momento della caduta del Muro di Berlino). Il Sea Control è, viceversa, una condizione che si cerca di raggiungere, e di mantenere, nel corso di una qualsiasi operazione navale e ha dimensioni regionali o, addirittura, tattiche. Il Sea Control è, in altre parole, la capacità, da parte di una Forza navale, di esercitare il Controllo del Mare sopra, sulla e sotto la superficie, allo scopo di conseguire gli obiettivi tattici e strategici prefissati dalla politica nazionale.

Spesso i due termini, Potere Marittimo e Potere Navale (in lingua inglese Naval Power), vengono confusi e utilizzati indistintamente: essi, però, sono e rimangono due cose diverse. Il Potere Navale è una componente specifica del Potere Marittimo, ovvero è la capacità esprimibile specificatamente dalla flotta militare, dalle basi navali e dai supporti logistici. In generale, l'esercizio del Potere Navale assicura le operazioni di Controllo del Mare (Sea Control) e di Proiezione di Potenza (Power Projection Ashore), e costoro sono, a loro volta, le due missioni fondamentali classiche affidate alle Marine militari. Il Potere Navale, inoltre, necessita di una Marina capace di gestire l'innovazione tecnologica attraverso l'impiego di armi avanzate, sistemi di difesa adeguati e altre tecnologie strategiche: un tempo piastre di corazze e controcarene, oggi Cyber e AI

Per quanto riguarda specificamente il Potere Marittimo nazionale, esso rappresenta la capacità sistemica di un intero Paese di fare del mare un “moltiplicatore" di prosperità, sicurezza e influenza geostrategica. Tale potere si fonda su sei pilastri interconnessi che, sinergicamente, abilitano e garantiscono un autentico vantaggio competitivo:

  • Cultura marittima: la consapevolezza collettiva e istituzionale dell'importanza vitale che il mare riveste per l'economia e l'identità nazionale.

  • Proiezione di presenza: la capacità di esercitare influenza nelle aree di interesse strategico, tutelando gli interessi nazionali e commerciali oltre i confini geopolitici.

  • Cluster marittimo: il “motore di sostentamento" che unisce istituzioni, logistica, industria e ricerca per massimizzare il valore della blue economy.

  • Flotta moderna: lo Strumento mercantile e militare indispensabile per garantire la continuità dei flussi commerciali e difendere le rotte da minacce anche asimmetriche.

  • Infrastrutture resilienti: i porti e i retroporti intesi come nodi logistici intermodali, digitali e competitivi, centrali nelle catene di approvvigionamento globali.

  • Innovazione tecnologica: la capacità di produrre e innovare che sostiene la cantieristica d'avanguardia, mercantile e militare, e lo sviluppo di soluzioni sostenibili e digitali per la transizione energetica marina.

    In sintesi, una Marina moderna e rilevante, come quella su cui l'Italia può oggi contare, produce leve insostituibili per il Potere Marittimo nazionale, pilastro del benessere e del rango internazionale del nostro Paese, che si fonda sulla capacità di "fare sistema", dove la cooperazione sviluppa innovazione, resilienza e capacità operative sinergiche. La Marina Militare, in definitiva:

  • assicura la sicurezza marittima per la continuità dei flussi nel trinomio energia-risorse-digitale;

  • proietta le proprie capacità multidisciplinari, i valori (democrazia e libertà) e l'influenza su scala globale, generando deterrenza verso gli oppositori e rassicurazione per gli alleati;

  • offre al decisore politico molteplici opzioni d'intervento, grazie alla versatilità dello strumento marittimo;

  • abilita la cooperazione internazionale;

  • agisce come catalizzatore del cluster marittimo, favorendo sinergie tra istituzioni, industria, ricerca e operatori del settore.

    Una volta fatta questa lunga, ma necessaria premessa, i contributi di questo numero della Rivista Marittima analizzano in maniera approfondita quella che è la corrente evoluzione e lo stesso futuro delle Marine Militari. Si tratta, riteniamo, di un significativo giro d'orizzonte che affronta diverse questioni future a livello strategico, tecnologico ed economico. In questa sede vogliamo tuttavia sottolineare alcuni aspetti immutabili della “marineria"; elementi, cioè, che, a prescindere dal tempo e dall'innovazione tecnologica, sono da sempre l'asse di chiglia e l'ossatura di ogni Marina e l'essenza dei marinai. Il primo aspetto è costituito dalla natura stessa della nave. Mollati gli ormeggi, gli uomini e l'Unità formano un unicum senza eguali rispetto alla terraferma. La Nave è una "casa" e il personale di bordo una vera famiglia. Non è retorica. L'ambiente marino è potenzialmente ostile – il tempo meteorologico, spesso burrascoso, la fa da padrone e in acqua si annega – e a bordo non c'è, semplicemente, spazio per chi, come si dice non a caso, “rema contro". Questa famiglia noi la chiamiamo, con orgoglio: equipaggio. Benché oggi le comunicazioni satellitari e digitali – inclusi i social network consentiti, per esempio, durante le soste in porto e in alcuni momenti della navigazione – permettano di restare in contatto con i propri cari, la Nave rimane, di fatto, un microcosmo isolato, galleggiante e in continuo movimento, lontano dalla madrepatria spesso per mesi. Tra gli uomini e, oggi, anche le donne di mare, si creano legami che noi chiamiamo di “fratellanza marinara" destinati a durare tutta la vita. Legami unici che solo la navigazione e le missioni permettono di realizzare. Una Nave da guerra rappresenta, da sempre, la più avanzata espressione della capacità tecnologica, industriale ed economica del popolo che l'ha progettata e realizzata: il suo equipaggio è lo specchio fedele della cultura e della civiltà di quella bandiera. I marinai che da secoli armano le nostre navi sono consci di tutto ciò e dopo aver navigato su tutti i mari e gli oceani, nessuno escluso, tornano più consapevoli e arricchiti sia dal punto di vista umano sia sotto quello professionale. Tutti scoprono quanto “grande" sia il mare e diversi i popoli che vi si affacciano, si tratti di cultura, religione, usi o costumi. Tutto ciò porta al secondo aspetto da sottolineare: il senso del dovere del marinaio. Da sempre questo sentimento è parte integrante del tessuto connettivo di tutte le Marine. Un codice di condotta che permetteva, volendo andare al passato, al comandante di un classico vascello da 74 cannoni di percorrere il ponte di batteria con la certezza che gli ufficiali e le centinaia di uomini che vivevano, gomito a gomito e in condizioni durissime, sotto il suo comando, avrebbero agito prontamente, quando e come richiesto in base all'addestramento di cui lui era il solo e ultimo responsabile. Nella Marina velica era il senso del dovere (in pratica l'esempio) a formare un equipaggio partendo da un variegato gruppo di uomini: pochi esperti sottufficiali, volontari e persino uomini digiuni di qualsiasi competenza marinaresca e arruolati a forza. Ed è il senso del dovere ciò che l'ammiraglio Nelson (3) invocò in vista del nemico a Trafalgar. Il segnale, innalzato bandiera dopo bandiera, era di una semplicità disarmante: ENGLAND – EXPECTS – EVERY - MAN – WILL – DO – HIS - DUTY (L'Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere). Parole che vengono mandate a memoria, a scuola, ancora oggi in Gran Bretagna e che sottintendono non retorica, ma un intero universo di concetti. L'ammiraglio sapeva che i suoi comandanti potevano contare sui propri equipaggi in quanto l'intera flotta era omogenea, ben addestrata e ben curata. Disciplina, sì, ma non crudeltà gratuite, soltanto consapevolezza collettiva e, diciamolo pure, spirito di corpo e certezza di essere considerati da tutti, a partire dal Re fino al più semplice dei suoi sudditi, il Senior Service, quale la Royal Navy è ancora oggi. Né molto diverso è lo spirito della Marina Militare, già Regia Marina, vecchia ormai di ben più di due secoli, tutti continuativi e senza soluzione di continuità in qualsiasi circostanza.     

    Quel giorno Nelson, mortalmente ferito, rendeva le sue ultime parole: “Thank God, I have done my duty" (Grazie a Dio ho fatto il mio dovere).  A bordo, dal comandante all'ultimo marinaio, tutti condividono la medesima sorte e ciascuno si sente ed è, effettivamente, importante e necessario, per quello che fa e per come lo fa. Sull'argomento, il Capo di Stato Maggiore emerito della Marina Militare, Ammiraglio di squadra Pecori Giraldi (4), scriveva, nell'aprile 1958, sulla Rivista Marittima, un articolo significativo intitolato: “Sulla soddisfazione nei propri compiti". Pecori Giraldi sosteneva, lucidamente: “Chi ha piena consapevolezza della sua funzione comprende i risultati che da lui si attendono. E poiché solo una sintesi di risultati, e non una sommatoria disordinata di atti, conduce allo scopo ultimo, deve essergli chiaro che lo scopo è raggiunto con il concorso determinante di tutti, e solo con il concorso determinante di tutti. Sicché se le funzioni sono chiare e distinte e l'individuo ha la piena convinzione di assolvere una funzione necessaria, la soddisfazione non può mancare; discende dalla consapevolezza di dare indispensabile apporto all'opera comune, di concorrere in maniera determinante al raggiungimento dello scopo ultimo. Tra noi, poiché lo scopo della Marina è indubbiamente elevato, poiché i mezzi per raggiungerlo sono dettati dal livello scientifico più alto, poiché l'ordinamento delle funzioni sino ad ora è risultato efficiente, non dovrebbe esservi dubbio, in via obiettiva, che ogni funzione ha i caratteri essenziali per soddisfare l'individuo nella umana aspirazione di compiere un'opera necessaria e adeguata ai propri valori morali, spirituali, e professionali. In tali condizioni la professione non può deludere." Concludiamo con un pensiero dedicato alla responsabilità e alla coscienza del comandante, quella che viene detta, oggi, “leadership" ma che, in realtà, non ha epoca né confini.  Lo facciamo riportando, perché il mare è sempre quello, un breve inciso del Contrammiraglio Luigi Fincati (5)  tratto da un piccolo, introvabile volume del 1882: Aforismi Militari (6): “Le nuove armi e i progressi delle scienze hanno reso le guerre moderne alquanto diverse dalle antiche in tutte le loro modalità materiali; ma poco o nulla hanno mutato sotto il rapporto morale, vale a dire in quella parte sublime dell'arte che consiste nella cognizione del cuore umano, cognizione tanto importante in ogni tempo in chi è destinato a guidare degli uomini e che nelle cose della guerra ebbe ed avrà sempre l'influenza più decisiva". Il comandante di un'Unità della Marina Militare lo sa bene, egli “rappresenta la nave" (7) e il suo equipaggio.


     

    NOTE

([1]) Alfred Thayer Mahan (1840–1914) è stato un ufficiale della Marina degli Stati Uniti e storico militare. Considerato il più importante stratega americano del XIX secolo, ha rivoluzionato la strategia navale a livello globale con la sua teoria secondo cui la prosperità e il potere nazionali sono indissolubilmente legati al Potere Marittimo.

(2) Giulio Rocco, Ufficiale della Marina Borbonica, fu un teorico di strategia navale e pioniere del "Potere Marittimo". Il nome è celebre nella storia militare per essere stato il primo teorico moderno ad aver definito il concetto di "Potere Marittimo" (o Sea Power). Nel 1814, con ben 76 anni di anticipo rispetto all'ammiraglio statunitense Alfred Mahan, l'allora ufficiale della Marina Borbonica scrisse un trattato in cui legava indissolubilmente la forza militare al commercio marittimo, anticipando le dinamiche geopolitiche ed economiche odierne.

(3) Vice ammiraglio (29 settembre 1758 – 21 ottobre 1805), 1° Visconte Nelson, 1° Duca di Bronte (Sicilia), è stato un ufficiale della Royal Navy la cui leadership, la padronanza della strategia e le tattiche non convenzionali da lui adottate in battaglia, permisero alla Gran Bretagna di conseguire numerose e decisive vittorie navali durante le guerre rivoluzionarie francesi e napoleoniche, tra cui la celeberrima vittoria nella battaglia di Trafalgar. È ampiamente considerato uno dei più grandi ammiragli della storia.

(4) Ammiraglio di squadra (Pozzuoli 1899 – Freiburg 1964). Medaglia d'argento al valor militare sul campo. Comandante della corazzata Vittorio Veneto per quasi due anni, con la quale partecipò, durante la Seconda G.M., agli scontri navali del periodo in cui furono impegnate le Forze navali da battaglia, meritando le decorazioni al valore di cui fu insignito. Dal 1955 assunse la carica di Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, che detenne per quasi sette anni fino al 1962.

(5) Vice ammiraglio (Vicenza 1818 – Venezia 1893). Medaglia d'argento al valor militare (due concessioni). Nel 1866, nel grado di Capitano di fregata, al comando della cannoniera corazzata Varese, prese parte alla battaglia di Lissa. Nel 1869 fu promosso Capitano di vascello e nel 1877, contrammiraglio. Fu direttore della Rivista Marittima e membro del Consiglio superiore di marina. Fu posto in ausiliaria nel 1887.

(6) Il contenuto del volume fu tratto dalle pagine della Rivista Marittima quando Fincati, che ne era il Direttore, periodicamente ne scriveva.

(7) DPR 15 marzo 2010, n. 90 (TUOM) Art. 758, Responsabilità e compiti del comandante di nave.

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